Il libro che mi ha fatto innamorare di J. D. Salinger è stato Nove racconti. Ebbe anche il merito di appassionarmi al genere dei racconti, lasciati fino a quel momento in un angolo remoto della mia idea di narrativa.

Non avevo letto Il giovane Holden nell’età in cui quel libro è generalmente consigliato ma fu la successiva lettura ai racconti, come pure Franny e Zooye. La sua scrittura rimane perfetta ed essenziale, ai miei occhi, le descrizioni dei personaggi e del contesto sono esempi di scrittura, ma Nove racconti rimane il libro che rappresenta lo scrittore.

J. D. Salinger attirò la mia attenzione anche per il carattere: un uomo schivo e arrogante, pur di proteggere la sua privacy, totalmente avverso alle relazioni pubbliche, insomma uno che sceglie di fare il mestiere di scrivere e lo considera un lavoro come un altro, quindi lasciatemi in pace; proprio per questo la sua vita è caratterizzata da querele e azioni legali, soggetto di biografie a volte rimaste inedite. Ma, soprattutto, uno studioso che ha indagato le diverse strade che conducono alla conoscenza di sé, dal buddismo zen all’induismo e varie correnti di pensiero che, nella seconda metà del Novecento, sono proliferate come i funghi dopo un acquazzone. Quindi, nel rispetto della sua scelta di vita, ci concentriamo sul grande scrittore che è stato: con metodo egli programma, architetta e costruisce i personaggi e i luoghi in cui vi abitano.

Una scrittrice canadese contemporanea a Salinger, Alice Munro, scrive che «un racconto non è una strada su cui ci si incammina, è piuttosto una casa. Uno ci entra, ci sta dentro un po’, vaga qua e là, si sistema dove vuole e impara come ogni stanza e ogni corridoio siano collegati tra loro, come il mondo esterno sia modificato dalle finestre attraverso le quali lo si osserva». Le parole della scrittrice premio Nobel nel 2013, introducono perfettamente la struttura dei racconti di Salinger perché le storie dei suoi personaggi spesso si intersecano e, per metterlo in atto, Salinger aveva costruito precedentemente un edificio narrativo: uno spazio dedicato alla famiglia Glass, ripresi sia in Franny e Zooey, sia in Alzate l’architrave, carpentieri e Seymou. Introduzione, alcune stanze vuote da riempire con personaggi di passaggio e un giardino in cui far crescere Holden Caulfield.

Salinger pubblica i primi tre racconti della raccolta su The New Yorker nel 1948 mentre l’ultimo esce nel 1953; nel frattempo, nel 1951, viene dato alla stampa il suo primo romanzo, Il giovane Holden che gli varrà la fama di autore di uno dei romanzi di formazione più incisivi del secondo dopoguerra. Le date di pubblicazione sono interessanti per sottolineare l’arte affabulatoria dello scrittore che stava già lavorando a un progetto più vasto, un’indagine delle relazioni che intercorrono tra le persone di uno stesso nucleo famigliare oppure che sono frutto di incontri casuali, come accade per alcuni componenti della famiglia Glass, presenti nei Nove racconti.

Lo stile di Salinger è caratterizzato dai dettagli: particolari celati in oggetti d’uso quotidiano, alcool e sigarette sembrano usati quasi come segni di punteggiatura (la fotografia degli Stati Uniti degli anni Cinquanta) e i tratti colloquiali utilizzati per bilanciare la narrazione e caratterizzare i personaggi in modo inequivocabile. I finali sono la sua specialità: lascia solo qualche indizio, spesso un dubbio e una conclusione aperta a una personalissima interpretazione del lettore.

L’architettura dei Nove racconti di J. D. Salinger è il titolo un articolo dettagliato che si può leggere a questo link, qui voglio concludere con due righe dedicate al primo e all’ultimo racconto della raccolta [l’idea era di dichiarare il mio racconto preferito ma rileggendoli mi sono resa conto che avrei dovuto tirare a sorte].

Il primo racconto è Un giorno ideale per i pescibanana. I pescibanana sono un’invenzione dello scrittore per innescare il dialogo tra maturità e infanzia nella realtà del racconto ma sono anche il simbolo di una guerra eccessivamente vorace, che mangia l’anima degli uomini, e che l’autore esprime nel paradosso di menti svuotate al cospetto di corpi che ingrassano a tal punto da non poter più uscire dalla grotta ove sono entrati per mangiare.

Il protagonista è Seymour Glass, un membro della “famiglia di vetro” di cui parlerà nei romanzi successivi; la scelta del cognome conferma l’obiettivo di tutta la produzione dell’autore: egli sta indagando e mostrando la fragilità e l’accidentalità della vita degli esseri umani, la potenza dell’innocenza dei bambini, in questo racconto c’è Sybil, una bambina incontrata durante la vacanza in Florida. Sono convinta che solo una profonda conoscenza della psiche umana poteva elaborare il finale perfetto di questo racconto, l’esito di una società -non solo quella americana- prigioniera del suo stesso materialismo, la guerra e i suoi effetti devastanti, la morte, che aleggia dovunque, il sottile confine tra genio e pazzia, illuminazione e disadattamento.

Il racconto finale, Teddy, è il naturale completamento della raccolta e quello che maggiormente espone Salinger come uomo e non come scrittore. I riferimenti alla dottrina del Vedānta sono precisi e raffinati, a dimostrare la conoscenza della dottrina; ancora una volta viene valorizzata l’innocenza e l’infanzia visto che concetti metafisici sono pronunciati da un bambino ‘geniale’. Salinger conclude la raccolta con una grande sottigliezza: possiamo supporre che le riflessioni di Teddy siano la fine e il senso dei nove racconti, così come Vedānta, crasi delle due parole veda e anta, dove anta significa sia “la fine” sia “il fine” dei Veda.

Fotografia dal web.

Nel 2019 è uscita in Italia un’accurata biografia sullo scrittore dalla penna di Kenneth Slawenski, Salinger, la vera storia di un genio, Newton Compton Editori.
Da questo lavoro, nel 2017, è stato realizzato il film Rebel in the rye, titolo che richiama quello originale de Il giovane Holden, The Catcher in the Rye, film scritto e diretto da Danny Strong, al suo debutto alla regia cinematografica.


I libri di J. D. Salinger che ho nominato sono pubblicati in Italia da Giulio Einaudi Editore. Il giovane Holden, trad. Matteo Colombo; Nove racconti, trad. Carlo Fruttero; Franny e Zooey, trad. Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi; Alzate l’architrave, carpentieri e Seymou. Introduzione trad. Romano Carlo Cerrone.

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