Eros infatti è come la morte che spezza le ginocchia e fa sì

che l’anima abbandoni il corpo involandosi dalle articolazioni.

Spazza via tutto anche Eros, proprio come Thanatos,

e spazzando via tutto, porta nuova vita. [1]


Mi chiedo se al pari dell’atavica domanda chi sono io? non ci sia anche come faccio a stare in equilibrio? Certo, i due interrogativi sono correlati, si potrebbe dire che il primo abbia più a che fare con la sfera metafisica, dato il suo carattere trascendentale, mentre il secondo potrebbe ricadere su quella della fisicità, poiché il concetto di equilibrio sottintende già una dimensione spaziale, o forse è semplicemente una domanda più concreta, che si cala nel quotidiano, risponde a un bisogno immediato e condizionato anche dall’esterno. Recenti letture, e ancor più recenti fatti di portata internazionale, mi costringono a riflettere su quanto sia perennemente precario l’equilibrio dell’essere umano e del mondo, al punto che, apparentemente, sapere chi siamo passa in secondo piano. 

Tralascio la realtà del mondo, per me troppo complessa, articolata e per certi versi incomprensibile, e parlo di libri, quelli che più mi sono stati utili ad allargare lo sguardo e a tentare di dare un senso più ampio alla vita che vivo. Negli ultimi mesi sono stata fortunata, ne ho incontrati alcuni veramente speciali, con acute riflessioni sulla natura dell’essere umano. Il più denso, complesso e semplice al tempo stesso, è stato indubbiamente Il grido di Pan di Matteo Nucci, uscito lo scorso settembre per Einaudi. È un testo di grande valore per forma e contenuto, così ricco che da una parte temo di perdermi in divagazioni e dall’altra ho la certezza di non riuscire a toccare le numerose sfumature affrontate dall’autore, ma poco importa, le mie considerazioni possono solo essere un invito alla lettura per chi poi vorrà approfondire.

Sulla forma sarò breve: lo stile della scrittura è facile pur trattando di cose difficili, questo è un grande plus; per chi come me non ha fatto il liceo, il pensiero degli antichi è spesso qualcosa di nebuloso, i miei approcci a testi di filosofia sono stati tentativi deludenti, dunque abbandonati; eppure continua a esserci un richiamo, il bisogno di andare a fondo dell’origine del pensiero che ha plasmato l’Occidente perché penso possa essere utile a capire il senso o il non-senso della modernità. Inoltre, gli antichi avevano una grande dimestichezza con la questione della morte, topos che hanno indagato e raccontato, spesso in modo allegorico, e che a me interessa molto e da molto tempo, perché mi sono fatta l’idea che sia bene averci a che fare prima che quel momento si concretizzi. Anni fa, durante una conferenza sull’arte, uno degli invitati disse che tutto, nell’arte come nella letteratura, si muove attorno a due soli temi, eros e thanatos. Ecco, Nucci scrive esattamente di questo, d’amore e di morte, e lo fa con grande precisione e semplicità, così che anche chi non conosce nulla di filosofia può godere della bellezza de testi trascritti e di parole a cornice che rendono fruibile il pensiero di grandi sapienti come Empedocle, Eraclito, Parmenide, Platone e altri ancora. E uso “parole a cornice” perché non c’è alcuna volontà di spiegare ma solo il desiderio di mostrare, attraverso la propria esperienza, ciò che ha assimilato durante tanti anni di viaggio e di studio.

Provo quindi a tracciare la diagonale che attraversa le pagine de Il grido di Pan e lega, con un filo quasi invisibile, le ragioni per cui è così difficile stare in equilibrio. Fin dall’inizio lo scrittore dichiara l’enigma e il mistero, avverte di un viaggio nell’oscurità, perché le parole dei sapienti servono a metterci in crisi, perché bisogna perdersi per ritrovarsi, perché la sfida enigmatica per la sapienza è una sfida orrida, una sfida che corre lungo l’orrido, lungo l’abissale profondità dell’imprendibile sapere e ha come prezzo la vita [p.20]. Da dove cominciare, dunque, se non dal labirinto?

La simbologia del labirinto e la vera storia del Minotauro accompagnano le tre parti del libro, piccoli tasselli di un mosaico la cui immagine completa compare solo nelle ultime pagine, fino ad attualizzare il mito nell’ultima traccia di rito laico (e sacrificio antichissimo) che sopravvive in Europa. Ma andiamo per ordine. Quello di Cnosso è il labirinto per antonomasia e rappresenta uno dei simboli più diffusi del pellegrinaggio interiore, sopravvissuto in Occidente almeno fino a tutto il Medioevo, grazie alla struttura architettonica e ai disegni presenti in numerose chiese e palazzi, prima di ridursi a mero elemento decorativo. Il senso del percorso è quello di raggiungere il centro, metaforicamente la conoscenza di se stessi, e poi uscirne vivi, ovvero quel perdersi e ritrovarsi di cui si è detto qualche riga sopra.

È un gioco sulla nostra natura mortale, sulla vita e sulla morte, allora, quello che il labirinto propone, e giocarlo fino in fondo non significa arrivare a una soluzione, né a una vittoria. In quel parto della nostra mente che è il labirinto, infatti, possiamo giocare in due modi. Possiamo cercare con ogni nostra forza la via di uscita a costo di usare armi che contrastano con il gioco stesso, come fece Teseo. Oppure possiamo passeggiare per le sue intricate vie e perderci e, mentre siamo persi, aspettare che qualcosa accada. [p.56]

Lo scarto che fa Nucci è quello di condurre il lettore esattamente al centro del labirinto grazie alla presentazione del suo ideatore, tralasciando inizialmente la funzione della costruzione per andare all’origine di quel mito che, per sua stessa natura, deve mostrare altro da ciò che appare. È qui, la geniale sovrapposizione tra logos e labirinto. L’autore, inoltre, non si accontenta di uscire dal labirinto, cerca il senso di quel sacrificio che si compie esattamente al centro della dedalica geometria, e segue i passi dell’uomo definito eroe, che appare però privo di consapevolezza di sé e scova quindi la vera protagonista: Arianna.

Questo senso celato e ora mostrato in maniera così vivida e profonda, a me era sempre sfuggito. E trovo veramente straordinaria la capacità di collegare una serie di dettagli fino a far emergere, in una danza di indizi, il senso di realizzazione di Arianna, che fino a prima sembrava riproporre il canone della fanciulla abbandonata quando in realtà è l’unica a scoprire il senso ultimo della vita, assecondando il proprio cuore [eros] e abbandonandosi alla vita [sfidando thanatos] per entrare in contatto con il divino, ovvero con quella parte di sé simile all’assoluto, e non all’ego [di cui Teseo è l’esempio perfetto]. Insomma, chapeau!

Cedo alla tentazione di una breve, brevissima digressione sul parallelismo al mondo indiano, per il semplice fatto che la tradizione dei sapienti, quella che precede la nascita della filosofia e che spiega bene Nucci, attinge da fonti simili, se non dalle stesse. In diverse pubblicazioni Dioniso e Śiva sono stati messi in relazione per i molti tratti in comune; qui mi ricorda l’ipostasi di Śiva Nātarāja, Signore della Danza, colui che tutto trasforma, in particolare se si cerca la morte in vita, quella metamorfosi di Arianna che avviene dopo l’incontro con la divinità; poi c’è l’incredibile figura simbolica del Minotauro, che mi riporta alla figura del dio Yama, figlio del Sole e il primo a morire, fratello di Manu, il primo a nascere, e gemello di Yamī, e legato a lei da un profondo sentimento d’amore (forse lo stesso sentimento di Arianna?) e, in tutto ciò, è sorprendente (ma forse no) che la cavalcatura (ogni divinità indiana ha la propria) dio Yama, re della morte sia un bufalo, quindi un bovide cornuto e nero.

Torniamo a Il grido di Pan e a un’altra direttrice che ho trovato di grandissimo interesse perché lega argomenti che sembrano distinti mentre, a mio avviso, sono intrecciati uno all’altro: benché Nucci si riferisca solo in poche occasioni al viaggio iniziatico, i testi che ha riportato di Eraclito e Parmenide, il suo mostrare la figura del kaùros, il ritornare sulla funzione di Dioniso che si prende cura di Pan, tutto ciò ruota proprio attorno a quell’invito a intraprendere un pellegrinaggio interiore, a oltrepassare il portale che “segna il cammino del Giorno e della Notte”. E l’immagine della Porta Rosa, disegnata magistralmente da Giovanni Battista Porzio, evoca con grande poesia visiva quel varcare la soglia che altro non è se non accettare di affacciarsi sul buio del silenzio, come Nucci sintetizza in cinque parole che sono di una meraviglia assoluta.

Lì è il portale che segna il cammino della Notte e del Giorno,

[…]

Benigna m’accolse la Dea, con la mano mi prese la mano

destra, così cominciava a parlarmi e diceva:

Figlio, compagno ad aurighe e cavalle immortali

che ti portano, giungendo nella nostra casa

rallegrati, perché non una sorte maligna t’ha fatto venire

su questa strada (certo e lontana dalla pista degli uomini),

ma legge e giustizia. Bisogna che tu tutto sappia,

sia della verità rotonda il sapere incrollabile

sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza.

Saprai tuttavia anche questo, perché le parvenze dovevano

plausibilmente stare in un tutto, pur tutte restando.

Proemio, Parmenide, Sulla natura, trad. Giovanni Cerri [pag. 85-87]

Il difficile equilibrio dell’essere umano passa attraverso la precarietà del vivere ponendosi interrogativi che non trovano risposte o, meglio, non possono basarsi su certezze, se non quelle dell’esperienza personale. La grande domanda che risuona nelle pagine del libro chiede il senso di un vivere per morire, consapevoli che quello è il destino finale stabilito nello stesso preciso momento in cui si nasce. Cosa può fare, dunque, la differenza? La costante tendenza a svelare il mistero, a scoprire l’enigma, questo è uno dei messaggi lasciati dall’autore che si fa portavoce di antiche parole. Ognuno, per quello che può e nel modo che riesce, è chiamato a svelare l’enigma di se stesso, della propria morte, per mezzo di un esperimento strettamente individuale della vita, come invitavano i sapienti, perché non c’è conoscenza se non attraverso l’esperienza.

La bellissima figura del koùros -fanciullo desideroso di conoscenza- tracciata dallo scrittore è particolarmente significativa in quest’ottica di sperimentazione della propria ricerca, della propria sfida verso la scoperta del punto d’equilibrio: ognuno di noi può essere koùros, e Nucci ha ragione, ogni persona che sia capace di ritrovare la purezza e l’innocenza, o che sorride senza sapere perché e senza sapere ciò che accadrà, oppure che si lancia fuori dallo spazio e fuori dal tempo può avere la percezione dell’equilibrio data dalla conoscenza di sé, purché accetti la sfida. È quello che traspare anche dal proemio di Parmenide rivolto al giovane koùros che desidera essere iniziato per rinascere a nuova vita, per praticare quel perdersi per ritrovarsi, per abbandonare il senso della propria individualità e accogliere le parole di Eraclito “sapienza è capire che tutte le cose sono una”, senza farne spesso parola alcuna.

Torniamo a Dioniso, che già abbiamo incontrato con Arianna e a cui il movimento circolare del libro ci riporta, in una forma spiraliforme in cui molti personaggi si presentano solo come portatori di indizi per preparare la scena al protagonista dichiarato nel titolo: Pan e il suo grido. Pan nasce dall’unione di una ninfa e una divinità, Ermes, il dio messaggero fra gli dei e gli uomini; già qui si intravede una mescolanza di nature e di funzioni, e Nucci aggiunge che Ermes è anche dio dei ladri, dei mercanti e dei viandanti, una figura divina che protegge chi accoglie la sfida e fa del viaggiare una costante della scelta di vita. L’incontro tra il piccolo Pan e Dionisio determina il destino: portato al cospetto degli dei, perché abbandonato dalla madre, Dioniso coglie immediatamente il senso di quel piccolo essere caprino che crescendo dimostrerà senza pudore la natura feconda dell’animale e della terra, diventando così non solo un dio individuale, ma una rappresentazione del tutto che si manifesta nella sua ambiguità [p.111]. La potenza di Pan, oltre che nell’energia sessuale, si riconosce nella parola, parola in forma dirompente perché è un grido, un grido divino che lacera l’aria, spacca i timpani, devasta il labirinto interno all’orecchio umano [p.112].

E qui, nella circolarità del testo, forte è il richiamo al labirinto in cui viveva l’essere mezzo uomo e mezzo toro, ed è dunque nel momento in cui il grido di Pan raggiunge il labirinto e lo supera che l’essere umano perde l’equilibrio, è pervaso da un senso di disorientamento in cui l’esterno scompare ed entra nel buio della propria natura misteriosa. Questa chiave di lettura è di nuovo un invito alla ricerca della propria essenza, con una voce ancora più profonda, di un essere che è divino, animale e umano assieme, come a voler richiamare l’attenzione sul fatto che tutta questa “messa in scena” di miti, racconti e dialoghi sapienzali non sono altro che tracce da seguire per l’essere umano, l’unico in grado di superare la morte, proprio come Arianna, in una danza che è la presa di coscienza di sé e della propria natura, all’interno e oltre la danza stessa del mondo.

Quindi, quanto è difficile restare in equilibrio? Non so, ma so che i sapienti sono delle ottime guide per allenarsi in questa pratica.


Curiosità e ringraziamenti

Se proprio dovesse rinascere, Matteo preferirebbe nascere toro. Di questo e molto altro abbiamo chiacchierato alla Libreria Nuova Rinascita di Brescia; della sua sconfinata passione per i tori potete leggere su Uomini e tori; online trovate tutti i riferimenti ai saggi e ai romanzi che ha pubblicato per varie case editrici, oltre che, su YouTube, una serie di contributi per il Festival della Mente di Sarzana; del suo Sono difficili le cose belle ne ho parlato qui.

Un ringraziamento speciale va a Giovanni Battista Porzio e a Einaudi per la gentile concessione all’utilizzo delle tre immagini pubblicate, molte altre sono inserite a corredo del testo.

[1] da Il grido di Pan, pag. 78

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