Il riflesso della luce è il piano di dialogo tra l’illustratore e lo scrittore, è la tavola attorno a cui -fantastico io- i due si sono seduti a cercare il punto d’incontro tra i loro due talenti. Ho immaginato questa scena mentre tenevo in mano alcune delle opere di Beppe Fenoglio e guardavo le copertine disegnate da Andrea Serio per le nuove dieci edizioni di Einaudi, nella collana ET Scrittori [1]. Ho cercato di capire il motivo per cui le illustrazioni vestono così bene questi libri di enorme valore e ne ho parlato in occasione di Per gli amici, Beppe, tavola rotonda organizzata in collaborazione con la Biblioteca di Bassano del Grappa e il Centro Studi Beppe Fenoglio di Alba, per rendere omaggio allo scrittore all’interno della mostra DIAGONALI////COVERS.
Così, lo scorso 23 marzo, ho avuto il piacere di incontrare Margherita Fenoglio, figlia dello scrittore, Bianca Roagna, direttrice del Centro Studi, Luca Bufano, Matteo Nucci e Marco Balzano, scrittori e fenogliani, autori che hanno curato l’edizione o scritto la prefazione alle nuove pubblicazioni, e in quel contesto ho dato una cornice introduttiva ai preziosi contributi che sono seguiti, attraverso la mia interpretazione di quella diagonale che collega la sensibilità dell’illustratore a quella dello scrittore. Il tono confidenziale usato nel titolo anticipava il desiderio di trasmettere al pubblico qualcosa che non riguardasse solo la scrittura di Fenoglio, ma che avesse a che fare anche con l’uomo che è stato e che, per i fenogliani, diventa quasi prevalente. In quell’occasione ho cercato di dare una cornice introduttiva ai preziosi contributi che sono seguiti, attraverso la mia interpretazione di quella diagonale che collega la sensibilità dell’illustratore a quella dello scrittore.

Il punto di partenza è certamente la scelta della casa editrice di rivolgersi proprio a lui per illustrare le nuove copertine; al di là della comprovata bravura, una delle caratteristiche di Andrea è quella di essere considerato l’illustratore della luce per la sua capacità di trasferire una impercettibile luminosità nella carta attraverso l’uso delle matite colorate e, dall’altra parte, la luce è un elemento costante nella narrazione di Beppe, è la luce delle Langhe, la terra che ama e che racconta, è la luce che illumina l’anima dei personaggi, che sa descrivere con impareggiabile acutezza, ma è anche un raggio di speranza per il futuro, anche negli scenari più bui dei suoi romanzi e racconti.
Quindi, ho sempre l’impressione che sia una questione di riflessi: la capacità di cogliere la declinazione della luce che va oltre l’immagine reale percepita dalla vista, una dote innata che permette di osservare l’atmosfera oltre il contesto e dunque di raccontare una storia oltre i fatti in sé, che sia un’immagine o un libro.
Andrea e Beppe lavorano attraverso un processo di stratificazione, uno dei colori e l’altro delle parole. Andrea dice che un suo colore non è mai solo un colore ma la somma di più colori, e il suo modo di illustrare è il risultato di una particolare tecnica per cui la sovrapposizione di colori diversi portano al colore che lui vuole ottenere. La scrittura di Beppe, almeno per me come lettrice, sembra essere sempre la risultante di più parole, pensate, meditate, scartate e infine scelte, mai casuali.
Quindi, in che modo Andrea poteva rappresentare con un un’unica immagine le mille parole di Beppe? Se la tecnica è stata sicuramente una sorte di strumento per l’immedesimazione, quello che poi ha fatto la differenza è stato il sentire. Sentire le parole di Beppe per avere una visione, una visione che si trasforma in segni e i segni che diventano un’unica atmosfera, un unico respiro tra parola e disegno da far percepire a chi osserva l’immagine.

È così che, dopo un primo lavoro che parte da un bozzetto a matita, i colori cominciano a riempire gli spazi. A volte è un dettaglio della storia a produrre l’ambiente visivo-narrativo, altre volte è la capacità di estrarre, come da un alambicco, l’essenza che rimane dalla lettura. Oppure, come nel caso di Lettere, Andrea si è ispirato a una fotografia, una foto scattata -come la maggior parte delle foto che lo ritraggono- da Aldo Agnelli, fotografo e amico intimo di Beppe. Ma, in ogni caso, quello che avviene dopo, è dimenticare la tecnica per cercare qualcosa che non è palpabile, un’emozione da evocare e un sentimento da esprimere attraverso le matite colorate. Sono convinta che la naturale predisposizione per il disegno e la sensibilità di uomo, prima ancora che dell’artista, uniti alla continua ricerca di miglioramento del proprio lavoro, abbiano permesso ad Andrea di raggiungere l’impalpabile condensandolo nel colore.
Osservando tutte le copertine disegnate da Andrea, due sono i colori prevalenti: il blu, nelle sue numerose gradazioni, e il giallo ocra, nelle sue varianti cromatiche. Le tonalità usate dall’illustratore ripercorrono quelle delle pagine dello scrittore, in una sorta di immedesimazione e tentativo desiderato di trasmettere lo stesso respiro tra parola e segno. Non solo, a mio avviso, perché ho l’impressione che Andrea abbia lavorato partendo dalle origini, alla ricerca dell’essenzialità: il blu e il giallo sono quindi i colori per antonomasia del Cielo e della Terra, elementi-sceneggiatura amati da Beppe per raccontare il paesaggio. E, leggendo Fenoglio, non si può certo rimanere estranei al valore che l’autore attribuisce all’ambiente in cui si muovono i personaggi, ambiente che assume una personalità, cieli che raccontano sentimenti e territori che diventano casa, rifugio, ma anche pericolo e tranello.

Per il blu del cielo penso a:
“il cielo era tutto a pecorelle bianche, con qualche golfetto color grigio-ferro, ed in uno di questi stava la luna, smozzicata e trasparente come una caramella lungamente succhiata” in Una questione privata; oppure in Un giorno di fuoco, “fissammo, come a interrogarle, due nuvolette sospese sopra Gorzegno, poi ci risedemmo adagio, …” e ancora, la prima frase de La malora “pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre di pigliava la sua prima acqua sottoterra”.
Ci sono poi dei totali capovolgimenti, come in Pioggia e la sposa [2], dove il cielo perde il suo naturale blu per mostrare la tempesta nell’animo del bambino: “gli ultimi lampi, io li avvertivo per il riflesso giallo che si accendeva prima che altrove sotto l’ala nera del cappello del prete, ma erano lampi ormai lontani e li seguiva un tuono come un borborigmo del cielo”. Ecco, riusciamo sempre a immaginare il cielo sotto cui si muovono le storie raccontate da Beppe, e nei blu delle copertine lo vediamo rievocato da Andrea.
Per il giallo ocra della terra penso a:
le colline che ne Il partigiano Johnny Beppe definisce terra madre, “terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana”; una terra che accoglie un destino e lascia ai lettori una sorta di sospensione nelle righe finali in cui Milton corre con gli occhi sgranati “vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò”; una terra che delinea un paesaggio quasi surreale come in Primavera di bellezza quando Fenoglio scrive “più avanti il costone si insellava, di quel tanto che il vento della valle lo spezzava in pieno. La notte faceva bocconcini dei profili delle grandi colline all’intorno”.

Una nota degna di interesse è osservare il gioco di colori proposto da Andrea per le copertine di La paga del sabato, Primavera di bellezza e Lettere in cui il colore della terra si presta allo sfondo del cielo, quasi a dare una circolarità agli elementi che, come accade nella scrittura, si fondono alla narrazione e alla caratterizzazione dei personaggi.
In questa fusione entra in gioco anche il suo segno, la sua capacità di infondere al tratto a matita uno spessore o, all’opposto, una fluidità quasi acquea o, per l’appunto, atmosferica. Per esempio, mi soffermo a guardare la cover di I ventitre giorni della città di Alba in cui la terra appare spigolosa e pericolosa, quasi a trasmettere un senso di allerta, come lo stato d’animo delle pattuglie notturne che, salendo dal fiume, di notte, avvertono “migliaia di rumori tutti sospetti”, e il cielo disegnato sembra mostrare i “tremendi interrogativi di coscienza” che arrovellano la mente dei partigiani lungo la strada del ritorno ai singoli accantonamenti.
Questi sono solo alcuni riflessi che ho colto e sono certa che ogni lettore e amante dell’illustrazione saprà vederne altri. Chiudo con alcune righe dello straordinario, immenso e meraviglioso racconto Il gorgo, inserito nella raccolta Diciotto racconti [3]:
Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte, tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo.

[1] le nuove edizioni sono state pubblicate a partire dal 2022, anno in cui si sono festeggiati i 100 anni dalla nascita dell’autore con numerose attività sotto il titolo di Beppe Fenoglio 22.
[2] racconto contenuto in Un giorno di fuoco. Racconti del parentado.
[3] in libreria dal 16 aprile 2024.
Immagine di copertina: dettaglio dall’illustrazione de La paga del sabato © Andrea Serio
Un sentito ringraziamento a Einaudi, per la disponibilità e la competenza del personale con cui ho avuto il piacere di collaborare, e a tutte le persone che ruotano attorno al Centro Studi Beppe Fenoglio di Alba. E un grazie speciale a Vilma Ghedin per la foto scattata appena prima dell’inizio dell’incontro in Sala Chilesotti a Bassano.