Prima di essere un’affermazione, il titolo dell’articolo era una domanda. La domanda che mi ero posta prima di inizare a leggere l’ultimo libro di Matteo Nucci dedicato all’autore americano. Mi chiedevo: perché non leggere direttamente una delle opere di Hemingway, senza passare per il filtro di Nucci? La risposta è semplice: perché leggere o ri-leggere Ernest Hemingway, dopo avere letto Nucci, sarà più totalizzante, interessante e commovente.
Sognava i leoni. L’eroismo fragile di Ernest Hemingway è un’opera che scava nel cuore di uno degli scrittori più discussi del Novecento, rivelando non solo la sua grandezza letteraria, ma anche le fragilità e le contraddizioni che ne hanno segnato la vita e la scrittura, giacché le due sono inseparabili per lo scrittore Premio Nobel 1954, già Premio Pulitzer nel 1953.
Caccia, pesca, guerra e tutte quelle arti che appaiono nelle pagine di Hemingway furono esplorate senza risparmiarsi dall’uomo che le viveva non per scriverne, ma per viverle e che tuttavia poi ne scriveva, perché in realtà scriveva per vivere.
Lo scrittore italiano offre un ritratto semplice e ben articolato al contempo dello scrittore americano, segue un filo logico temporale, benché l’inizio di ciascuna delle tre parti che compongono il testo sia introdotta da pagine tratte dal capolavoro Il vecchio e il mare, frammentate da riflessioni da capogiro (per profonda bellezza, intendo) dell’autore. Cosa fa dunque Nucci in questo suo lavoro pieno di immensa passione e altrettanta competenza: invita a una riflessione su due aspetti prevalenti nel corpo delle opere hemingwayane, il primo è l’importanza che lo scrittore dà alla ricerca di una scrittura vera, cioè -come scrive Nucci- se dobbiamo raccontare una storia perché chi ascolta ne senta la vitalità e ne percepisca la verità, dobbiamo discostarci dal reale e mescolarlo a ciò che reale non è. Reale e vero, infatti, non sono la stessa cosa. E qualsiasi racconto, per produrre verità, deve trasformare il reale. Il secondo è l’amore incondizionato per l’umanità che emerge, a tratti inaspettatamente, sia dalla biografia sia dalle sue opere; significativo per questo è il concetto di grace under pressure che Nucci lega, con tocco di grazia, alla charis del mondo greco, ossia quel essere grati di esserci, essere felici della nostra esistenza, tanto che finiamo per caratterizzare il nostro movimento con un tocco pieno di senso, pieno di volontà di vita, in cui sentiamo di essere presenti e in cui ci riveliamo per quel che siamo.
Il titolo del libro, Sognava i leoni, sembra quasi un trabbocchetto, infatti, chi non conosce bene lo scrittore potrebbe subito immaginare la nostalgia per un safari africano, oppure potrebbe pensare alla potenza simbolica del leone, emblema di forza e coraggio nel mondo animale. In realtà, tutto appare chiaro nelle ultime pagine del libro, parole piene di grazia e di potenza che si intrecciano al concetto di eroismo: uno eroismo che non è senza paura o senza dolore, ma segnato da un costante conflitto interiore. Nucci esplora questa visione attraverso le esperienze personali e letterarie di Hemingway, svelando un lato più umano e vulnerabile rispetto all’immagine di invincibilità che spesso è stata costruita attorno alla sua figura.

Un aspetto centrale del libro è la riflessione sulla teoria dell’iceberg che Hemingway stesso ha ideato e che diventerà un principio cardine della sua scrittura. Egli ritiene che il significato profondo di un testo non deve necessariamente essere esplicitato, ma solo suggerito dal contesto narrato, benché sia il frutto di quanto nascosto sotto la superficie, così come la parte dell’iceberg emersa sopra l’acqua sia solo una minima parte del tutto. Nucci indaga come questo principio abbia non solo definito lo stile di Hemingway, ma anche influenzato le successive generazioni di autori del Novecento -e molte scuole di scrittura contemporanee-, che hanno adottato la tecnica del show don’t tell per lasciare al lettore lo spazio per interpretazioni più profonde, forse complesse, spesso incerte. Ma non è solo questo, anzi questo motto che ha proliferato poi nella narrativa del XXI secolo è solo la punta dell’iceberg. E quell’oltre Nucci lo spiega proprio bene, anche grazie alla sua conoscenza dell’epica omerica: puoi far emergere una parte della storia solo quando conosci la storia per intero, solo allora effettivamente puoi togliere, asciugare, contrarre. Lo fa Omero, raccontando solo 51 giorni di guerra di Troia, lo fa Hemingway, raccontando solo 4 giorni e 3 notti della Guerra Civile Spagnola in Per chi suona la campana. Il silenzio che si crea tra le righe è proprio quello che consente alla scrittura di Hemingway di imporsi come una forma d’arte nuda e potente.
Al cuore del libro e del corpus delle opere c’è anche la riflessione fondamentale sul tema della guerra, definita una brutta cosa molto normale, che inizia a svilupparsi in lui fin da ragazzo per l’esperienza durante la Prima Guerra Mondiale, dove Hemingway presta servizio come autista di ambulanze sul fronte italiano, è ferito e per la prima volta viene a contatto con la possibilità di morire, ne scrisse poi in Addio alle armi. Successivamente partecipa alla Guerra Civile in Spagna, dove è inviato come corrispondente di guerra – da leggere assolutamente i racconti Vecchio al ponte e La farfalla e il carro armato [1]. Il suo bisogno di essere dalla parte giusta della storia aggiunge un ulteriore punto di vista alla sua concezione di lotta, intesa come una ricerca costante di significato, un modo per connettersi con la parte più autentica dell’essere umano e una manifestazione di amore profondo per coloro che combattono per un ideale, per un mondo migliore.
Ernest Hemingway, tuttavia, non è stato solo un combattente nelle guerre che racconta, è stato principalmente un combattente contro i suoi limiti, quelli che cercava di superare grazie a ciò che vedeva e raccontava. La sua guerra interiore, il suo tormento personale, emerge in modo evidente attraverso quasi tutte le opere. Hemingway incarna l’eroe che lotta, non solo contro un nemico esterno, ma contro i propri demoni e contro la sua stessa fragilità. Questa tensione tra l’eroismo esteriore e la vulnerabilità interiore, nascosta e sofferta, è una delle chiavi di lettura più potenti che Nucci offre nel suo libro. L’eroismo fragile di Hemingway è dunque un concetto che si collega a questa lotta eterna che vuole la vittoria sulla morte: non è la forza fisica a definire l’eroe, ma la capacità di affrontare la propria sofferenza e di andare avanti, pur con le cicatrici del passato. Il suo amore per l’umanità non è un amore idealizzato e distaccato, ma un amore che nasce dalla consapevolezza della sofferenza, della perdita e della solitudine che caratterizzano l’esistenza umana.
Ecco perché leggere Nucci prima di leggere Hemingway. Sognava i leoni è un libro che restituisce una visione di Hemingway molto più complessa e umana rispetto alla figura del grande macho e scrittore che abbiamo imparato a conoscere – beninteso, Hemingway è stato anche quello, perché nella sua natura più intima ha amato con passione le donne, la caccia, i pranzi e le bevute con gli amici. Ma Nucci, con grande sensibilità, esplora le ombre e le luci dell’autore, mettendo in evidenza il suo desiderio di vivere e di scrivere e di combattere, non solo le battaglie esteriori, ma anche quelle interiori, e può farlo solo con la scrittura. E forse è propio questo il segreto per cui il suo stile evolve fino a diventare perfettamente asciutto e potente. Penso sia un libro essenziale per tutti coloro che vogliono comprendere la vera essenza di uno degli scrittori più iconici della storia della letteratura mondiale del Novecento.

Breve digressione: una riflessione che si scosta dal libro di Nucci ma che rimane legata a Hemingway. Ho recentemente visto La stanza accanto, ultimo film di Pedro Almodóvar, ennesimo capolavoro del regista spagnolo. Ora, al di là che Martha, interpretata da Tilda Swinton, citi proprio Hemingway e Faulkner come scrittori preferiti, l’enorme capacità di Almodóvar sta proprio nella narrazione che si potrebbe definire aderente alla teoria dall’iceberg. In 107 minuti emergono la potenza dell’amicizia tra due donne, che non si incontravano da molto tempo, e il modo in cui affrontano insieme il percorso della malattia e della morte; entrambi i temi non vengono mai esplicitamente svelati in tutta la loro profondità ma sono solo mostrati nella punta dell’iceberg. La decisione di una delle protagoniste di morire con dignità è trattata con discrezione e delicatezza, lasciando spazio al silenzio, che è proprio l’essenza della scrittura di Hemingway.
Almodóvar, pur appartenendo a un contesto diverso, quello cinematografico, esalta il concetto di mostrare senza giudicare, permette al non visibile di risuonare con forza nel cuore dello spettatore. La sua gestione del silenzio emotivo, così come Hemingway aveva fatto nella scrittura, parla di un’umanità che si esprime attraverso il vissuto interiore, per creare una connessione profonda e duratura con il pubblico, invitandolo a cercare oltre l’individualità -o l’egotismo- a favore di un’emozione-visione universale.
Prima di chiudere con le parole di Matteo Nucci, aggiungo una breve ultima considerazione. Grazie a tutte le opere che nomina, le citazioni che sceglie e i riferimenti che indica -e non ho parlato qui della passione che hanno entrambi per la tauromachia- Nucci non scrive solo un saggio critico e un approfondimento letterario della figura di Hemingway. Sognava i leoni è un omaggio sincero e un invito ad attraversare le parole di Hemingway come lui ha attraversato la vita, perché ne riconosce la profonda umanità, prima ancora che l’influenza su diversi campi linguistici o artistici; in fondo, la più importante lezione della teoria dell’iceberg è continuare a sfidare la superficie delle acque incerte delle emozioni e delle storie, a prendere una boccata d’ossigeno e immergersi negli abissi di sé.
Del resto, l’amore che inseguiva Hemingway era l’amore pervasivo degli antichi. Quindi non soltanto il sentimento vissuto nelle grandi storie d’amore che cercò di raccontare. Bensì piuttosto quella passione travolgente che ci spinge a amare ciò a cui dedichiamo la vita. L’amore per le scoperte, i viaggi, le chiacchiere, il vino, l’ebrezza. L’amore per i tori, per gli animali in generale, per la natura. E l’amore assoluto per il proprio lavoro, nel quale si racchiudeva ogni altro amore. Perché scrivendo e tagliando, Hemingway si immedesimava e viaggiava fino al limite in cui all’essere umano è consentito. Dunque tornava nell’arena, o nella savana, o nei freddi boschi americani o nella Corrente del Golfo; tornava a vivere ogni amore, ogni passione, ogni desiderio totalizzante, fino a sporgersi sul silenzio che necessario prende il sopravvento quando arriviamo davanti a quell’istante assoluto in cui rifulge l’eternità.
[1] da Sognava i leoni, pag. 184, riferito al secondo: Appena lesse il racconto, John Steinbeck volle complimentarsi con Hemingway per la vetta che aveva toccato. Per una storia così semplice e vera da cui però nessun altro sarebbe stato capace di trarre un racconto di tanta potenza. Hemingway fu estremamente felice del complimento. Il racconto è apparso per la prima volta nel magazine americano Esquire nel dicembre del 1938 e poi nella raccolta Storia della Guerra Civile Spagnola – Quinta Colonna del 1969, pubblicata prima da Einaudi, poi da Mondadori. Il racconto Vecchio al ponte è contenuto nella raccolta I quarantanove racconti.
Entrambe le citazioni sono tratte da Sognava i leoni, pag. 9 e 261, HarperCollins, 2024.
Le foto usate in questo articolo sono state scattate a Ca’ Hemingway a Basssano del Grappa, struttura attigua al Museo Hemingway.
Qui la diretta dell’incontro con Matteo Nucci per la rassegna Tratti e ritratti. Cinque scrittori angloamericani.
Ho parlato anche de Il grido di Pan e Sono difficili le cose belle.
🎀 Bellissimo escursus.
Hemingway mori’ suicida, forse perche’ come anima elevata non volle atterrare dalle altezze ~ Era ateo ma forse credeva nell’eternita’ dello Spirito.
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Ne parlavo proprio con Nucci, forse la sua crisi più profonda -in mezzo a tutte le sfide della vita- è stata quella di non riuscire più a scrivere, era quello il suo “unico” modo per vivere
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🎀 Credo di si ~ A volte, nelle difficolta’ esistenziali, esiste un personale talento salvifico, e quando, per diversi motivi, si spegne, si puo’ spegnere ogni energia.
Grazie della bella recensione.
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Hai usato due parole perfette “talento salvifico” perché è proprio quella natura così particolare che se si spegne (o si ha l’impressione che si sia spenta) ci fa perdere l’orientamento e con lui la speranza di un cambiamento. Anche se comprendo, rimane in me l’idea che l’energia possa sempre nutrirsi di qualcosa e trasformarsi in altro. Grazie a te per la lettura e la condivisione di queste riflessioni
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