alcune considerazioni sul simbolismo dell’albero

Il mondo è come [l’albero di] fico eterno

 la cui radice è rivolta in alto e

i cui rami affondano nella terra.

Katha Upaniṣad, II, 6, 1

Tra i temi simbolici più diffusi al mondo, l’albero è uno tra i più ricchi. Mircea Eliade ne considera sette differenti aspetti, noi qui ci soffermiamo solo su tre di questi, osservandoli da Oriente, dalla prospettiva di tradizioni che hanno mantenuto attivo un legame trasmissivo di conoscenza col passato. Il principio espresso nei testi sacri è garantito dalla continuità della “catena dei maestri” e della lingua classica, ancora viva in queste dottrine; ciò permette al principio imperituro di rimanere inalterato dai condizionamenti temporali e spaziali del divenire.

L’albero è stato oggetto di culto non tanto per l’aspetto naturale, che apparentemente può sembrare quello prevalente,[1] bensì per ciò che rappresenta: se oltrepassiamo il nome e la forma possiamo cercare la trascendenza del simbolismo e osservarne la bellezza.

Inteso come Albero della Vita, esso trasmette l’idea di cosmo in continua rigenerazione, evoca il carattere ciclico dell’esistenza, sia del mondo sia dell’uomo, in un sistema perpetuo di nascita e morte; l’albero mette in comunicazione i tre livelli della manifestazione del mondo: le radici sono quello sotterraneo, il tronco quello terrestre e i rami quello celeste. Questa tripartizione vista in una prospettiva macrocosmica trova corrispondenza in quella microcosmica: i rettili che strisciano lungo le radici e si immergono nel sottosuolo sono la rappresentazione del mondo ctonio, asurico – secondo la tradizione indù, ovvero dei demoni o degli esseri di precedenti manifestazioni; gli esseri terresti sono la contingente molteplicità delle esistenze; gli uccelli, che volano tra le fronde e possono spingersi così in alto da toccare il sole, corrispondono al cielo degli dei,[2] al mondo divino che è il limite estremo oltre il quale è l’Assoluto, il motore immobile dell’intero universo, manifestato e non manifestato.

Due uccelli, compagni inseparabilmente uniti,

stanno su uno stesso albero;

l’uno mangia il frutto dell’albero,

l’altro guarda senza mangiare.

Mundaka Upaniṣad, III, 1, 1

Gli uccelli indicano, dal punto di vista metafisico, l’anima individuale e l’anima universale e i versi del testo upaniṣadico mostrano che il primo dei due uccelli è jīvātman, l’anima degli esseri umani, impegnata nel campo dell’azione e delle sue conseguenze; il secondo è l’Ātman incondizionato, simbolo della pura Conoscenza. Se sono “inseparabilmente uniti” significa che il primo non è distinto dal secondo che in modo illusorio, ma da cosa è determinata questa illusione? Il Divino Architetto crea la manifestazione per mezzo della sua arte e il mondo è la sua opera d’arte, il cui titolo potrebbe apparire come “velo di māyā”. Māyā significa illusione e l’opera intesse la realtà manifestata di un tessuto che è avidyā, “ignoranza”, esattamente nel significato di “privo (a-) di conoscenza (vidyā)”. Questo velo nasconde il Principio, poiché il dispiegarsi stesso della manifestazione lo cela al nostro sguardo, giacché la non conoscenza la fa apparire come “esteriore” in rapporto al Principio, mentre essa non può che essergli ”interna”: nulla potrebbe esistere in alcun modo al di fuori del Principio, il quale contiene necessariamente in sé tutte le cose. In questo senso māyā è sinonimo di avidyā, ed è precisamente l’inverso della sapienza o conoscenza del Principio Supremo.[3]

Un secondo attributo simbolico è la verticalità dell’albero che diventa Albero o Asse del mondo, dove albero e asse hanno la stessa valenza semantica. L’albero del mondo è ciò che la scienza considera come asse terrestre, quell’immaginario segmento attorno a cui la Terra compie il suo moto di rotazione.[4] Tale ipostasi evidenzia le due proprietà di stabilità e di polarità che, in realtà, hanno lo stesso valore e l’etimologia ci aiuta a comprenderlo: in sanscrito, le radici verbali dhri e dhrusono equivalenti: dalla prima deriva dharma, che si riferisce a «tutto ciò che ha il senso di portare, sorreggere, mantenere», impossibile da rendere con un unico termine nelle lingue occidentali, e indica il principio di conservazione degli esseri; dalla radice dhru deriva il termine dhruva che indica il polo e il nome della stella polare.

Comprendiamo quindi come l’idea di assialità sia imprescindibile dal dharma nel suo senso più profondo: l’albero del mondo rappresenta ciò che permane invariabile al centro delle rivoluzioni di tutte le esistenze e che regola il corso del cambiamento per il fatto stesso che non ne è partecipe.[5] Ritroviamo in altre lingue indoeuropee un etimo comune per albero e stabilità: in latino robur designa tanto la forza quanto la quercia; dru-vid, nella lingua celtica, è sia il vischio della quercia sia il druido, «l’uomo nel quale risiede la saggezza che si appoggia alla forza».[6].

Dunque l’axis mundi trasposto all’interno della tripartizione dell’albero della vita, porta in nuce la funzione di centralità dell’essere individuale lungo quest’asse:[7] i poli della manifestazione sono sempre gli antipodi entro cui l’essere umano si gioca le possibilità dell’esistenza – la realizzazione del Sé –, ed è ciò che sottendono altre espressioni come yin e yang, il Cielo e la Terra[8] della tradizione cinese, o puruṣa e prakṛti, l’energia attiva femminile e quella passiva maschile, dell’induismo.

Dicono che l’eterno ashvattha ha le radici in alto e i rami in basso,

le foglie sono gli inni del Veda e colui che lo conosce,

conosce il Veda.

I suoi rami si estendono in tutte le direzioni,

vitalizzati dalle potenze che mettono in moto il divenire [guna],

i suoi germogli sono gli oggetti sensibili

e nel mondo degli uomini ci sono i frutti delle azioni.

In questo mondo non è percepito né il suo principio né la sua fine.

Bhagavad Gītā, XV, 1-3

L’albero rovesciato integra i due simbolismi di cui abbiamo trattato. I versi della Bhagavad Gītā, come quelli della Katha Upaniṣad riportati in esergo all’articolo, definiscono il ruolo dell’albero che «ha le radici in alto e i rami in basso» ; nella tradizione indù è simbolicamente rappresentato dall’albero aśvattha o pippala, il sacro fico definito sanātana “eterno”, proprio perché le radici rivolte in alto lo collegano direttamente al Principio Supremo da cui l’intera manifestazione dell’universo ha origine. Il Veda rappresenta la Conoscenza ed è il primo ad entrare nella manifestazione, i rami sono il suo dispiegarsi, sono le potenze che da sottili divengono grossolane e prendono nome e forma in questa discesa principiale, fino a diventare oggetti e soggetti del mondo, sottoposti all’illusione della realtà e delle azioni. In entrambi i testi dottrinali i versi invitano a una visione metafisica, oltre che cosmogonica: l’Assoluto, Brahman, può essere in qualche modo qualificato in satya jñana anantam “verità conoscenza infinito”, ogni essere partecipa della sua natura ma tutti gli esseri insieme non sono Brahman, poiché l’Assoluto contiene sia il manifestato sia il non manifestato, racchiuso in potenza nel principio.

Ogni lettura simbolica richiede una proiezione dell’essere individuale volta alla ricerca della realizzazione del Sé, al riconoscimento della propria identità, jīvātman, nell’Assoluto, Brahman, che costituisce l’unico e vero scopo dell’esistenza. Le dottrine da cui abbiamo attinto per questo breve studio convergono in un unico insegnamento: il superamento dell’ego, ovvero la sconfitta dell’ignoranza grazie al riconoscimento della non dualità tra sé individuale e Sé assoluto. Vedere le radici come rami è destare il desiderio che conduce alla via della Conoscenza.

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista cartacea e trimestrale Digressioni, n.11.


[1] Popoli diversi lo hanno sacralizzato in una precisa specie di pianta, per esempio: la quercia per i Celti, il tiglio per i popoli germanici, il frassino per gli Scandinavi, l’olivo nell’Islam, la betulla o il larice per i popoli siberiani.

[2] Cfr. «Il Regno dei Cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo; esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande di tutti gli altri legumi e diviene un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a riposarsi sui suoi rami». Matteo, 13, 31-32.

[3] Per approfondimenti su tali questioni cfr. R. Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi, 1989.

[4] L’inclinazione dell’asse terrestre, secondo certi dati tradizionali, non sarebbe esistita dall’origine, ma sarebbe una conseguenza di ciò che gli Occidentali chiamano “la caduta dell’uomo”. R. Guénon, Forme tradizionali e cicli cosmici, Ed. Mediterranee, 2001 (nota 2, p. 28).

[5] Cfr. R. Guénon, Introduzione generale allo studio delle dottrine indù.

[6] Ogam – Tradition Celtique, Rennes, 1948 (rivista).

[7] La Divina Commedia è intrisa di simbolismo, basti pensare al viaggio che Dante compie secondo l’«asse spirituale» del mondo.

[8] A tale proposito si osservi l’analogia con Sant’Agostino: «Ecco, il cielo e la terra esistono, e gridano che sono stati fatti […] gridano anche di non essersi fatti da soli: “Se esistiamo è perché siamo stati fatti: dunque prima di esserlo non c’eravamo, in modo da poterci fare da soli” […] Questo sappiamo grazie a te, e il nostro sapere paragonato al tuo è ignoranza». Le confessioni, Libro XI, 4.6.

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