Anni fa mi occupavo di persone che si prendevano cura di altre persone, di persone fragili se vogliamo attribuire un aggettivo a quel tipo di persone. Fragili perché non più autosufficienti, per limitazioni fisiche o mentali. Un giorno partecipai a un seminario dedicato ai ‘disturbi della personalità’ e ricordo un esempio semplice ed efficacie per mostrare la precarietà di alcuni stati d’equilibrio: avete presente quel tipo di vicino di casa petulante, che vi suona il campanello per avvisarvi che il getto dell’irrigazione del vostro giardino sta bagnando per tre centimetri anche il suo di giardino? Ecco, un soggetto così è potenzialmente una persona a rischio. Perché? Perché se sottoposto a un importante trauma [stress] che destabilizza la sua routine, le gocce in giardino sembreranno un’esondazione, e lui [lei] potrebbe manifestare dei disturbi reali che prima erano latenti.

I matti, si sa, ci sono sempre stati ma un tempo erano integrati nel sistema sociale, “lo scemo del villaggio” [mi viene in mente la novella pirandelliana Ciaula scopre la luna] e “donne di facili costumi” [penso a La traviata di Verdi o alla canzone Bocca di Rosa di De Andrè] sono figure al pari del calzolaio all’interno di una comunità e lo svolgersi della vita si basava su concetti più semplici, lo stress non era ancora stato concepito [perché non ancora nato]; ma poi la società -nel bene e nel male- ha subito un cambiamento repentino, si è chiamata società industriale, e ha subito un’accelerazione nel processo analitico e di nomenclatura, i matti sono diventati oggetti di studio e non soggetti da accudire, catalogati e isolati [solo l’impegno di Basaglia ha permesso che venisse restituita loro una dignità di essere umano]; oggigiorno talk show e intrattenimento di vario genere permettono a molti di diventare tuttologi e osservare criticamente, ma solo nell’altrui comportamento, atteggiamenti schizofrenici o bipolari, ma tutto questo chiacchierare non ha cambiato nulla nella dinamica di riduzione del disagio.

Il romanzo di Alessandro Tuzzato ha fatto riaffiorare queste riflessioni, con delicatezza e semplicità, non tanto per le storie che racconta ma per una particolare sensibilità di scrittore, perché si è preso cura della fragilità dei suoi personaggi, delle loro debolezze e delle loro sfide, così come nella vita reale gli addetti ai lavori si muovono con attenzione verso chi ha bisogno di cura.

Lo scrittore veneziano si muove con passo felino, deciso ma impercettibile, nei meandri di questa realtà, non cade mai nella trappola della spiccia banalità o del qualunquismo critico e, rimanendo scevro da giudizi, racconta la vita di persone vittime della propria fragilità. L’impressione, però, è che questi argomenti siano solo la cornice scenica, l’urgenza di definire un’ambientazione mentre il vero intento dell’autore sia altro e usa il pretesto narrativo del disturbo della personalità solo come provocazione ed esasperazione delle difficoltà di relazione: nella famiglia Pronunciai solo un inutile «tutto bene?», che sortì un anche peggiore «sì, perché?», nella coppia Allora m’arrabbiai e le chiesi se pensava davvero che io avrei porto l’altra guancia ad ogni sua cattiveria; alzai il volume, dissi che la mia pazienza era agli sgoccioli e nelle amicizie.

Sottolinea l’evidenza che i non detti e i fraintendimenti causano effetti che si manifestano nel lungo periodo, affermazione ovvia nella carta ma meno scontata nella vita vera. Si sofferma sul rumore interiore che si preferisce non sentire benché si sappia che non prestare ascolto possa diventare una bomba a orologeria e la deflagrazione sia un danno assai rischioso, porta con sé conseguenze indelebili.

Giovanni lo affianca alla finestra, visibilmente preoccupato: sta avendo una di quelle crisi in cui è troppo sensibile ai rumori. Avverte tutto ciò che accade attorno in maniera amplificata, ma non è una questione di volume, è una questione di peso.
È difficile da capire da chi non ha mai provato quel fastidio.
Ogni ticchettio gli rimbomba dentro pesandogli fisicamente, come quando si è sulle montagne russe e si sente il boato del vento nelle orecchie ma il fastidio che si prova è nello stomaco.

Ma non è ancora questo il nocciolo della faccenda narrativa, Tuzzato si spinge oltre le dinamiche relazionali e invita alla riflessione su un tema, a mio avviso, di maggiore importanza che indossa il cappello della memoria, una questione che riguarda il nostro DNA animico più che fisico. I ricordi, di ciò che siamo stati o di cosa/come gli altri siano stati per noi, e la rielaborazione dei ricordi, perdono di veridicità nei fatti ma assumono la forma di assolutismo nelle emozioni, a volte diventano una personale interpretazione finalizzata a una necessità di dare senso, e si trasformano in vere e proprie strategie di sopravvivenza.

Roberto, personaggio principale del romanzo, mi riporta alla mente un appunto dello spettacolo Scemo di guerra di Ascanio Celestini, che cito: mio padre diceva che camminò contromano rispetto alla Storia; lo ricordo ora perché i due vivono la stessa fatica, per il padre dell’attore di dramma è quello di una Storia, quella italica, che non coincide più con la geografia, per il protagonista si tratta della sua storia individuale che non ha più corrispondenza con la sua mappatura di essere umano. Roberto vive giorni scanditi da orari precisi e minuti inutili, da azioni che si ripetono alla ricerca di una stabilità che non arriva.

Quarta di copertina

La quotidianità di Roberto si alterna a quella di Bruno fino a raggiungere il climax del romanzo per aumentare il ritmo narrativo e svelare il senso strutturale di due storie parallele ma non cronologicamente compatibili. Quale utilità può esserci nella bontà? E quale nella cattiveria? Sarà l’accondiscendenza o la severità con noi stessi a condurci verso la conoscenza della verità? Conta più la scelta del curato o del curante?

Molti sono gli interrogativi mossi da questo romanzo che non ha la pretesa di dare alcuna risposta. L’inutilità dei buoni è un romanzo da leggere e lasciar sedimentare mentre si osserva lo scorrere della vita seduti su una panchina, all’improvviso le risposte giungono da chissà dove.


Alessandro Tuzzato, L’inutilità dei buoni, Divergenze ed., 2020.

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