«Le grandi cose sono tutte pericolose

e davvero, secondo il detto,

sono difficili le cose belle.»

Platone, La Repubblica, 497 d-e [1]


«Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?

Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?»

Fernando Pessoa, Chi sogna di più [2]


Un’affermazione e una domanda accompagnano le note di lettura di Sono difficili le cose belle di Matteo Nucci uscito in libreria nell’autunno 2022 per i tipi di Harper Collins Italia, un libro che lui stesso definisce novella fiabesca perché racconta l’esperienza di Arianna, una (per tutte) delle sue cinque nipoti, alle prese con un incontro che scombina la percezione del mondo, altera i confini del possibile e apre la riflessione su uno degli interrogativi più classici, la realtà dei sogni. Le precedenti pubblicazioni dell’autore, così come il recentissimo Il grido di Pan, possono sembrare più affini alla sua indole di “ricercatore filosofico” ma a me è parso che questo testo sia stato scritto, nel modo in cui lo è, proprio grazie alla sua conoscenza del pensiero classico. La bellezza, infatti, è il risultato di un complesso percorso di introspezione, accompagnato dalla difficoltà di distillare riflessioni e dubbi, fino a quella meravigliosa intuizione che mostra con inaspettata semplicità l’ordine delle cose, un po’ come aver attinto al nettare degli déi.

Comincio dalla fine, ovvero dall’ultimo elemento che veste il libro: la copertina. Lo studio grafico Falcinelli & Co, che collabora con la casa editrice, ha proposto un’illustrazione di Andrea Serio che è stata considerata perfetta. Non posso che essere d’accordo: il disegno è il fermo immagine del viaggio narrativo, come fosse lo srotolarsi immersivo di un piano sequenza cinematografico. È il primo passo per trasformare una semplice lettura in esperienza, per cogliere il senso più profondo celato nella novella, che non è solo il desiderio realizzato di una ragazzina di incontrare nuovamente la nonna che non c’è più, o l’elaborazione del lutto di un adulto, che, come un alchimista, trasforma il dolore in parole per inserirle in una dimensione fantastica, ma è un adattamento di temi classici in una cornice moderna. È così che il desiderio di regalare alle nipoti una storia dedicata all’amatissima nonna Mara amplifica la sua potenza nel momento in cui quella donna, assolutamente speciale, permette all’autore di comprendere un tassello in più nel mosaico della vita, l’antico valore del mito che si fa realtà, che si adatta alle contingenze del mondo per spostare l’attenzione sull’altrove.

Ecco allora una nonna e una ragazzina, che si tengono per mano, pronte a lasciare il mondo reale alle spalle per incamminarsi verso ambienti e luoghi, dunque mondi che si inanellano nell’orizzonte, fino al mare, o a un lago così immenso da sembrare un mare… il loro incontro è peripatetico, poteva essere diversamente? Se Mara appare per Arianna, è solo per lasciarle definitivamente qualcosa di potente ma intangibile, e non poteva esserci dunque altro modo che farlo alla maniera dei saggi.

Vengo ora al libro: la sua genesi è molto particolare perché la storia non è stata scritta per essere letta dal vasto pubblico ma per le cinque nipoti di Matteo; ha avuto una prima veste e poi un’altra, doveva essere consegnato ma poi si è preferito attendere; è stato regalato e dimenticato; è stato “reclamato”[3] e di nuovo smussato, cambiato, editato… insomma, perfettamente coerente con la ciclicità della vita fatta di nascite e morti e ri-nascite e ri-morti. È così che una vicenda, personale e dolorosa, è il motivo di uno stile di scrittura diverso da quello a cui i lettori di Nucci sono abituati ma la voce e l’indagine sul contenuto rimangono gli stessi.

A tracciare le coordinate interpretative è il nome dei tre capitoli, che sono Oltre lo spazio (nel parco sognato), Oltre il tempo (il parco segreto) e Dentro di sé (nel parco infinito); l’indice appare così come una vera e propria chiave di lettura. Se spazio e tempo sono gli assi cartesiani entro cui, abitualmente, si muove l’essere umano, per comprendere il messaggio che lascia Mara è necessario abbandonare le consuetudini quotidiane e abbandonarsi, fiduciosi, a un sentire totalmente slegato dalla razionalità.

Come usavano dire gli antichi, Matteo Nucci vede un sogno [4] e lo racconta. Non c’è finzione ma trasposizione di una realtà ipersensibile, che richiede quindi uno sforzo di comprensione perché sta al di sopra della percezione intelligibile. In una sorta di dimensione onirica, la storia si dipinge di colori tenui per la semplicità e la naturalezza della relazione tra una nonna e una nipote, e di tonalità più marcate a indicare la fusione tra la profonda conoscenza della cultura classica e la fragilità umana dello scrittore. I ricordi hanno un ruolo fondamentale nello scorrere della narrazione, sono forieri di evocazioni e di riflessioni più ampie, circolari, come per esempio quella della rosetta con la frittata che conduce alla bellezza del fare le cose assieme, o alla capacità di attraversare un ponte come prova di coraggio – quanta forza di volontà serve per essere coerenti con noi stessi?. Il nesso, però, è più sottile perché non ha a che fare con i fatti della vita quotidiana ma con i valori di una vita condivisa, Nucci infatti sottolinea più volte l’importanza della memoria, di Mnemosyne, «È per la tua memoria che sono qui, proprio per questo, sai?» e ancora «Volevo dire che i ricordi stanno dentro, chissà dove, e vengono fuori all’improvviso. Quando il ricordo, come ci sta capitando adesso, inizia a formarsi tutto prende vita.»

immagine dal web

Molto di quanto è contenuto in Sono difficili le cose belle mi ha ricordato varie questioni legate alla mia passione indiana, intrecci tra studi di metafisica e parole udite e, in particolare, mi sono tornate in mente due delle quattro condizioni dell’essere umano, la prima, lo stato di veglia, in cui si ha esperienza del mondo esterno, e la seconda, lo stato di sogno, dove i sensi con cui percepiamo l’esterno si chiudono e la mente si concentra sul mondo interiore, per elaborare “liberamente” quanto sperimentato e immagazzinato dai vari organi sensoriali. Ecco, ogni stimolazione provocata dal ricordo è usata amorevolmente da Mara per permettere ad Arianna di indagare il suo mondo interiore, quello che Nucci chiama il parco infinito. Cos’è, dunque, vero? Ciò che leggiamo con gli occhi oppure ciò che comprendiamo con la mente e il cuore? Siamo pur sempre noi stessi, quando viviamo il mondo esterno e quando siamo nel nostro mondo interiore, non c’è separazione tra l’uno e l’altro, semplicemente perché non siamo mai dissociati dalla nostra essenza.

L’altra riflessione provocata dall’intreccio della novella fiabesca con la mitologia indiana è la questione della morte; qui da noi, in Occidente intendo, è un tema evitato [per così tante ragioni che non apro nemmeno la finestra] mentre nella tradizione indiana è affrontato costantemente, perché è fondamentale la distinzione tra il corpo perituro, inteso come contenitore, e l’anima, indistruttibile; è chiaro, per esempio che la morte si contrappone alla nascita [e non alla vita, da qui probabilmente nascono molte incomprensioni] ed è effettivamente l’unica certezza nel corso della vita [il resto, più che incerto, è variabile] e dunque, è a quel momento che l’essere umano si deve preparare. In questa spirale di pensieri, alla fine della novella, ho avuto la netta sensazione che Mara, nonna-madre-moglie, si era preparata così bene a quel momento che l’ha superato, proprio come un eroe in battaglia [a cos’altro servono i miti se non a insegnarci il superamento della morte?]; lo sconcerto -come sempre accade- è per chi resta. Eppure, la forza di legami indissolubili ha permesso un’ultima occasione d’incontro, che solo in una dimensione onirica, cioè oltre le condizioni di spazio e tempo, poteva rendere plausibile la presenza di chi è già oltre il limite del mondo.

Chiudo con due ultimi appunti di viaggio. A fine lettura, -incluso il racconto L’astuccio, la cui intensità emotiva non si può spiegare- ciò che mi sorprende, dal punto di vista della scrittura, è la capacità di Matteo Nucci di trasformare un’esperienza così personale e intima in uno scritto che nulla ha a che fare col romanzo biografico, bensì con la scelta di parlare in modo simbolico della morte. Chiamare questo libro novella fiabesca significa invitare il lettore ad accogliere il mito oggi, di nuovo, e in modo più violento, cioè con la forza di ribellarsi a una comunicazione e a un’informazione che si fa sempre più sciatta e omogenea, che disorientata, che grida per attirare l’attenzione su questioni frivole e distoglierla da quelle fondamentali. A fine lettura, ciò che rimane è già annunciato nelle prime pagine del libro, quando Arianna vede la nonna dentro la sua ballonzolante macchina rossa e, con tutta la dolcezza e l’ingenuità di una bambina chiede «ma sei scesa dal cielo?», e la nonna non risponde, e non lo farà neppure in altri momenti del loro tempo assieme, perché in fondo Mara ritorna per invitare a capire dove siamo noi, non dove potrebbe essere lei.


Avrò il piacere di parlarne con Matteo Nucci venerdì 15 dicembre alla presentazione di Sono difficili le cose belle che si terrà alla Nuova Libreria Rinascita di Brescia, nell’ambito della mostra DIAGONALI che si terrà dall’8 dicembre al 6 gennaio allo Spazio Arte Duina, e ringrazio Carlo Duina per aver chiesto di presentare proprio questo libro.

[1] citazione in esergo al libro.

[2] Chi sogna di più, tratta da Poesie di Fernando Pessoa, Adelphi, 2013.

[3] nella nota dell’autore, Nucci ringrazia Carlo Carabba per avergli chiesto di pubblicare lo scritto.

[4] così come Achille vede il sogno di sé e Patroclo, M. Nucci, da un video pubblicato dal Festival della mente di Sarzana.

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