[nota per il lettore: pubblicai questo articolo l’11 aprile 2020, durante quel lockdown che tutti ricordiamo, l’ho riletto e aggiornato, forse non c’è una precisa coerenza nello stile, ma va bene lasciare anche le tracce del passato]

Il primo libro che ho letto di J. D. Salinger è stato Nove racconti ed è stata un’immediata infatuazione, quelle cose improvvise che capitano nell’adolescenza, sebbene adolescente non lo fossi più. Amore puro, per lo stile, per le storie e ciò che rappresentano al livello che sta appena più su del piacere di leggere dell’ottima narrazione. Ebbe anche il merito di appassionarmi al genere dei racconti, lasciati fino a quel momento in un angolo remoto della mia idea di narrativa. Infatti, lessi a ruota Franny e Zooye e poi Alzate l’architrave, carpentieri e Seymou. Introduzione; non avevo letto Il giovane Holden nell’età in cui quel libro è generalmente consigliato, ma lo misi in coda. Dei vari autori del Novecento, è stato il primo di cui abbia letto tutte le sue opere di fila, per dire l’effetto che i racconti ebbero in me.

La scrittura di Salinger è misurata ed essenziale nei racconti ma esagerata e provocatoria nel romanzo. Sempre, però, è evidente la cura con cui le parole sono messe in fila; la scelta delle ripetizioni; i dialoghi e il registro della lingua che cambia; le descrizioni dei personaggi e del contesto sono sono così studiati e osservati e poi sintetizzati che il lettore si ritrova a immaginare una scena ampia con pochissimi reali elementi per costituirla. Trovo che l’incipit de Il giovane Holden sia perfetto, sia proprio il manifesto di Salinger pronunciato dalla voce di Holden, lo scrittore sapeva esattamente quanto subbuglio avrebbe provocato con quel suo nuovo modo di fare letteratura. Scrisse un romanzo, uno solo, per scelta, per ottenere il successo che non avrebbe potuto ottenere pubblicando solo racconti. Penso però che Nove racconti sia il libro che rappresenta meglio lo scrittore, soprattutto per la sua eccellente capacità di scrivere short stories, mentre gli ultimi due libri, che contengono entrambi due racconti, siano la sublimazione del suo pensiero, oltre che della sua scrittura data alle stampe. Perché, quel tipo particolare che è stato J. D. Salinger, pubblicò il primo racconto a 21 anni, scrisse e pubblicò per 25 anni, poi per altri 45 scrisse senza pubblicare e, infine, morì a 91 anni ponendo il veto di non-pubblicazioni di tutto ciò che scrisse per cinquant’anni dopo la sua morte…cioè fino al 2060 [temo che non riuscirò a leggere i suoi inediti!].

J. D. Salinger, appunto, attirò la mia attenzione anche per il carattere: un uomo schivo al punto da sembrare arrogante, da farsi considerare misantropo pur di proteggere la sua privacy dice qualcuno, ma io preferisco dire la sua libertà, totalmente avverso alle relazioni pubbliche, insomma uno che sceglie di fare il mestiere di scrittore e lo considera un lavoro come un altro, quindi lasciatemi in pace; proprio per questo la sua vita è spesso caratterizzata da arrabbiature, fratture, pettegolezzi e qualche querela e azione legale, nonché soggetto di biografie rimaste inedite. Ma quello che piace a me è altro. Sono incuriosita dal suo interesse per le filosofie orientali, perché in quegli anni è stato tra i primi a indagare “veramente” le diverse strade che conducono alla conoscenza di sé, dal buddismo zen all’induismo e varie correnti di pensiero che, nella seconda metà del Novecento, sono proliferate come i funghi dopo un acquazzone. Ma per lui non fu una moda, fu sicuramente qualcosa di più profondo che fece magistralmente affiorare nei quattro racconti scritti tra il 1955 e il 1959.

Fotografia dal web.

Ma torniamo ancora allo scrittore e al suo essere stato uno grandioso architetto di trame: con metodo e astuta strategia letteraria egli ha pianificato e costruito i personaggi e i luoghi in cui hanno abitato. Una scrittrice canadese contemporanea a Salinger, Alice Munro, scrisse che «un racconto non è una strada su cui ci si incammina, è piuttosto una casa. Uno ci entra, ci sta dentro un po’, vaga qua e là, si sistema dove vuole e impara come ogni stanza e ogni corridoio siano collegati tra loro, come il mondo esterno sia modificato dalle finestre attraverso le quali lo si osserva». Le parole della scrittrice premio Nobel nel 2013, introducono perfettamente la struttura dei racconti di Salinger perché le storie dei suoi personaggi spesso si intersecano e, per metterlo in atto, Salinger aveva costruito precedentemente un edificio narrativo: un apposito spazio dedicato alla famiglia Glass, iniziato in (tre dei) Nove racconti e ripreso in Franny e Zooey e in Alzate l’architrave, carpentieri e Seymou. Introduzione, e alcune stanze vuote da riempire con personaggi di passaggio, oltre che un giardino con un laghetto, come quello a Central Park South, in cui far crescere le pagine dedicate a Holden Caulfield.

Come di consueto in quegli anni, Salinger pubblica i suoi racconti in varie riviste, il primo [The young Folks] nel 1940 su Story, ma dal 1946 in poi quasi esclusivamente su The New Yorker; tra il 1948 il 1953 usciranno i 9 racconti che costituiranno poi la raccolta, e precisamente Un giorno ideale per i pescibanana (1948), Lo zio Wiggily in Connecticut (1948), Alla vigilia della guerra contro gli Esquimesi (1948), L’uomo ghignante (1949), Giù al Dinghy (1949 – pubblicato su Harper’s), Per Esmè con amore e squallore (1950), Bella bocca e occhi miei verdi (1951), Il periodo blu di De Daumier-Smith (1952 – pubblicato sulla rivista londinese World Review) e Teddy (31 gennaio 1953), pochi mesi dopo, il 6 aprile, uscirà Nine stories per i tipi della Little, Brown and Company.

Nel frattempo, nel 1951, viene dato alla stampa il suo unico romanzo, Il giovane Holden che gli varrà la fama a livello internazionale, inizialmente come autore di uno dei romanzi di formazione più incisivi del secondo dopoguerra, nel tempo sarà definito lo spartiacque tra il modernismo e il post-modernismo, che ha ispirato gli scrittori beatnik e intere generazioni. Il romanzo è stato la sua sfida letteraria, nata dalla provocazione del Prof. Burnett della Columbia University [cioè dove nacque il movimento della Beat Generation grazie all’incontro di Jack Kerouac, Lucien Carr, Allen Ginsberg, Neal Cassady & co], sfida che Salinger accolse e vinse. 65.000.000 di copie vendute. Serve dire altro?

Ciò che posso dire, e che vale per tutti i suoi scritti, è che lo stile di Salinger è inconfondibile, caratterizzato dai particolari celati in oggetti d’uso quotidiano, dove alcool e sigarette sembrano usati quasi come segni di punteggiatura (rappresentando una delle più classiche fotografie degli Stati Uniti degli anni Cinquanta) e i tratti colloquiali, utilizzati per bilanciare la narrazione e caratterizzare i personaggi, sono incredibilmente efficaci. Eppoi i finali sono la sua specialità: lascia solo qualche indizio, spesso un dubbio e una conclusione aperta alla personalissima interpretazione del lettore. Più di tutto, però, è quel tacito invito a cercare altro tra le sue righe.

Siccome già mi pare di disperdermi, mi prenderò il tempo per approfondire la figura di Holden e dei fratelli Glass in un altro momento, qui pongo l’attenzione solo sul primo e l’ultimo racconto della raccolta dei nove, ossia sull’apertura e sulla chiusa in un ordine “perfetto” che Salinger aveva scelto nella sua precisa e lungimirante concezione di ordine e caos; ecco dunque che troviamo un uomo ferito e un bambino saggio ovvero la critica feroce alla guerra e la speranza riposta sulle nuove generazioni. Architetto o ingegnere o visionario, di fatto Salinger apre e chiude un cerchio, un cerchio concentrico che utilizza più volte in una struttura narrativa che ricorda i disegni di Maurits Cornelis Escher.

Il primo racconto è Un giorno ideale per i pescibanana. I pescibanana sono un’invenzione dello scrittore per innescare il dialogo tra Seymor Glass e la piccola Sybil, cioè tra l’adulto e il bambino, tra quella che definiamo maturità e infanzia ma, al di sopra della potenza della narrazione, questa contrapposizione diventa il simbolo della condanna alla guerra, male vorace, che mangia l’anima degli uomini, e che l’autore esprime nel paradosso di menti svuotate al cospetto di corpi che ingrassano come i pescibanana a tal punto da non poter più uscire dalla grotta ove sono entrati per mangiare.

Oltre ad essere considerato da molti il racconto perfetto l’importanza di questa storia sta nella presentazione del suo protagonista, Seymour Glass, il maggiore di sette figli di Les e Bessie Glass, mente brillante -troppo brillante- dunque fragile, o lucida?; attorno a lui, e alla sua assenza, routeranno i racconti pubblicati successivamente al romanzo, Franny (1955), Alzate l’architrave, carpentieri (1955), Zooey (1957) e Seymou. Introduzione (1959). Salinger presta molta attenzione e cura ai titoli [a fine articolo ho scritto alcuen divagazioni] e alle parole, infatti la scelta del cognome Glass “vetro” conferma l’obiettivo di tutta la produzione dell’autore: egli sta indagando e mostrando la fragilità e l’accidentalità della vita degli esseri umani e la potenza dell’innocenza dei bambini, rappresentata in questo racconto da Sybil, una bambina incontrata durante la vacanza in Florida. Sono convinta che solo una profonda conoscenza dell’animo umano poteva elaborare il senso “perfetto” de Un giorno ideale per i pescibanana, racconto che evidenza -ricordiamoci che è stato pubblicato nel 1948- l’esito di una società prigioniera del suo stesso materialismo, che denuncia la guerra e i suoi effetti devastanti, che pone quesiti sulla morte, che aleggia dovunque, e sul sottile confine tra genio e pazzia, illuminazione e disadattamento.

Il racconto finale, Teddy, sembra esserre il naturale completamento della raccolta e quello che maggiormente espone Salinger come uomo e non come scrittore. I riferimenti alla dottrina del Vedānta sono precisi e raffinati, a dimostrarne la conoscenza; ancora una volta viene valorizzata l’innocenza e l’infanzia visto che concetti metafisici sono pronunciati da un bambino ‘geniale’. Salinger conclude la raccolta con una grande sottigliezza: possiamo supporre che le riflessioni di Teddy siano la fine e il senso dei nove racconti, così come Vedānta, crasi delle due parole veda e anta, dove anta significa sia “la fine” sia “il fine” dei Veda. Salinger, che sembra un misantropo, in realtà spera che le nuove generazioni siano veramente in grado di cambiare il mondo.

Dopo la recente rilettura, penso che ogni personaggio mostrato da Salinger sia un indizio della sua articolata personalità, un consapevole lascito dello scrittore, proprio a indicare una frammentazione che tende all’unità.

Divagazioni

Prima: il 19 giugno 1965 J. D. Salinger pubblicherà il suo ultimo racconto, Hapworth 16, 1924, un racconto in forma di lettera, lettera scritta da Seymour bambino di sette anni, e lettera che sarà trascritta molto tempo dopo dal fratello Buddy [Buddy è anche l’autore dei due racconti Alzate l’architrave, carpentieri e Seymou. Introduzione]. Il vecchio Sal, come direbbe Holden, apre e chiude il suo “contratto” con The New Yorker con Seymour, il primo racconto pubblicato mostra l’ultimo giorno di vita di questo ragazzo stra-ordinario e l’ultimo racconto torna alla sua infanzia… geniale, no?

Seconda: il primo racconto uscito su The New Yoker ha una storia particolare, il titolo è Slight Rebellion off Madison / Piccola ribellione dalle parti di Madison ed era stato accettato dalla redazione già nel 1942 ma poi non fu pubblicato a causa dell’entrata in guerra degli USA perciò venne pubblicato quasi cinque anni dopo, il 21 dicembre del 1946. Qui compare per la prima volta il giovane Holden.

Terza e ultima divagazione, dedicata a due dei suoi titoli particolari. This sandwich has no mayonnaise / Non c’è maionese in questo sandwich è un racconto del 1946, uscito su Esquire, è la storia di Vincent Caulfield [fratello di Holden che nel romanzo diventerà D.B.] che durante un campo di addestramento in Georgia, prima di imbarcarsi per la II WW, deve dire a quattro dei suoi soldati che non possono andare a ballare perché non ci sono abbastanza ragazze. Ma il racconto è fondamentalmente un angosciato monologo interiore. Raise High the Roof-Beam, Carpenters / Alzate l’architrave, carpentieri apparentemente è un titolo assurdo per un racconto in cui Boo Boo, Beatrice Glass -che Salinger aveva già fatto conoscere al pubblico nel racconto Giù al Dinghy in Nove racconti- avvisa il fratello Buddy di presentarsi tal giorno a tal ora nel tal luogo –perché nessun altro della famiglia potrà esserci– al matrimonio di Seymour … ecco, allora tutto prende senso perché questa frase che dà il titolo al racconto e che Boo Boo incide con una scaglia di sapone sullo specchio da bagno della casa di Seymour (e Buddy), è tratta dal frammento 111 di Saffo, poetessa dell’antica Grecia, contenuto nella raccolta di liriche dedicata ai canti nunziali. Questa è la genialità di Salinger, questa è la sua dichiarazione di quanto vasta e profonda sia la sua conoscenza. Ci sarebbe da spiegare anche il titolo The catcher in the rye tradotto dalla mitica accoppiata Fruttero e Lucentini come Il giovane Holden, prima o poi lo farò.


I libri di J. D. Salinger sono pubblicati in Italia da Giulio Einaudi Editore. Il giovane Holden, trad. Carlo Fruttero, poi Matteo Colombo; Nove racconti, trad. Carlo Fruttero; Franny e Zooey, trad. Romano Carlo Cerrone e Ruggero Bianchi; Alzate l’architrave, carpentieri e Seymou. Introduzione trad. Romano Carlo Cerrone.

Qui parlo di Salinger nell’incontro a lui dedicato della rassegna Tratti e ritratti. Cinque scrittori angloamericani promosso dalla Biblioteca di Bassano del Grappa.

Anni fa scrissi per un webmagazine L’architettura dei Nove racconti di J. D. Salinger, articolo che si può leggere a questo link.

Nel 2019 è uscita in Italia un’accurata biografia sullo scrittore dalla penna di Kenneth Slawenski, Salinger, la vera storia di un genio, Newton Compton Editori.

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