Quanto racconta un titolo così? Gli inconvenienti della vita è uno di quei casi per cui ho comprato il libro solo per il titolo, senza nulla sapere dell’autore, senza aver letto una recensione, semplicemente per avere visto in Facebook il post con la copertina del libro: bam! Colpita.

Tralasciando l’impatto emotivo che talvolta subisco con i libri, ci sono dei validi motivi per leggere Gli inconvenienti della vita: la scrittura, prima di tutto, e il senso, sopra di tutto. Sì, sono rimasta affascinata dallo stile di Peter Cameron, ho ordinato altri suoi libri, perché sono curiosa di osservare il suo modo di narrare.

Dicevo, la scrittura: pulita, asciutta, perfetta nei dialoghi, profonda nei pensieri. Ho un debole per i racconti, l’ho già dichiarato [1] e lo ripeto; i due raccolti sotto questo titolo che mi ha affascinato sono di grande bellezza e rispondono egregiamente al quel show don’t tell voluto delle scuole di scrittura creativa [2], ma a differenza di Carver o di Cheever (siate comprensivi, è solo una questione di gusti) lui riesce a toccare delle corde più vicine al mio sentire. La sua è una scrittura introspettiva, i particolari delle scene sono indizi per rivelare uno stato d’animo, spesso di disagio, o un sentire rassegnato, in cui il personaggio esce da una sorta di apatia solo per osservarne la decadenza.

La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione sono i titoli dei due racconti. Due storie completamente diverse e due protagonisti differenti in tutto: un uomo ancora giovane e una donna di quasi anziana (parola che uso con cautela, sembra che nessuno voglia sentirsela addosso, ma dopo i 65 anni, da manuale, è consentito); l’ambientazione, uno nella grande metropoli e l’altro in una cittadina di provincia da cui “ho sempre pensato che a un certo punto me ne sarei andata, viste le tante cose che possono portarti a vivere da un’altra parte, ma non me ne è successa neanche una e così eccomi qua”; lui ateo e omosessuale e lei donna di fede e sposata da molto tempo (sulla questione ‘fede’ c’è una profonda riflessione di cui non parlerò, per non sciuparne la bellezza).

Entrambi, però, si trovano a osservarsi e a cercare di comprendere quale sia stato l’inconveniente -tra i tanti- che ha determinato l’inizio di un cambiamento. Uno chiede Perché non ti lasci andare e accetti il cambiamento? Che cos’è che ti spaventa tanto del futuro? e l’altra risponde Non mi piace cambiare, né innescare cambiamenti. Sono frasi prese ciascuna da un racconto, eppure ho avuto l’impressione che i due protagonisti si parlassero a distanza.

Altra cosa interessante è l’importanza di alcuni luoghi: per Theo il CBGB, dove era andato la prima sera trascorsa a New York nel 1979, è diventato il simbolo di una nuova vita, il giorno successivo avrebbe cominciato il tirocinio al Public Theater e Joseph Papp era ancora vivo [3]; per lei è il fiume e le conseguenze per chi abita lungo il fiume, un ricordo di quando era bambina emerge e si intreccia col presente e con l’inconveniente che la costringe ad accettare una situazione imprevista, solo perché non ho avuto la prontezza di dire di no [frase semplice, vera, perfetta, no?].

La descrizione del paesaggio dopo l’inondazione mi ha ricordato un quadro che ho ritrovato nel catalogo della mostra che si tenne a Ferrara nel 2002: Alfred Sisley Poeta dell’impressionismo e così, et voilà! [perdonate la parentesi artistica ma mi piace dare spazio alle associazioni di pensiero].

Alfred Sisley, L’inondazione a Port Marley, 1872

La riflessione che mi ha accompagnato, anche se con intensità variabile e implicazioni differenti, è legata a un tema che attraversa i due racconti e si raccoglie nella complessità della parola dolore. La sofferenza è un sentimento stratificato, che sia provata per se stessi o per gli altri, è un urlo [4] disperato perché è tanto difficile aiutare qualcuno che sta male quanto è difficile, per chi si sta perdendo, dare un senso al proprio dolore, come suggerisce Theo la consapevolezza di essere rotti non è sufficiente ad aggiustarsi, e accettare l’aiuto delle persone che stanno vicino. In situazioni simili, le parole sono lame e sono ambrosia, ciò che determina la loro natura è un velo così sottile da sembrare inesistente.

Ci sono forme di dolore che chiudono e isolano, diventano una forma di solitudine simile a una gabbia e non a uno spazio riservato. Anche su tale argomento i due racconti mostrano il differente modo di reagire che vivono le persone.

L’esperienza di condividere la camera con altri due ragazzi è stata talmente traumatica che non ricordo quasi nulla. So che si tratta di una reazione abnorme e nevrotica, e che probabilmente dovrei tacere e arruolarmi nell’esercito, dormire in una camerata con decine di uomini, cagare in un gabinetto senza porta e abbassare la cresta, ma io non ero un militare e volevo solo un posto dove stare da solo.

da “un giorno questo dolore ti sarà utile”

Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, trad. Giuseppina Oneto, Adelphi, 2018.

La citazione da Un giorno questo dolore ti sarà utile è tratta da #unadelphialgiorno, se sei un #adelphi_addicted ti consiglio di seguire l’hashtag.

[1] i miei racconti preferiti: Nove racconti di J. D. Salinger; sul valore del scrivere racconti nel ho parlato in un articolo per il web magazine italiandirectory intitolato La rivalsa del racconto.

[2] sull’origine del must: alcuni attribuiscono la nascita di questa regola narrativa alla frase Non dirmi che la luna splende; mostrami il bagliore della luce sul vetro rotto. di Anton Checov (esempio straordinario di uno dei pilatri della letteratura del Novecento); in uno dei libri dedicati allo studio della scrittura, Il mestiere della narrativa di Percy Lubbock -pubblicato nel 1921, edito in Italia da Sansoni Editore-, ci sono alcune righe interessanti che riporto: Un romanzo è una fotografia, un ritratto, e non possiamo dimenticare che in un ritratto c’è molto di più della “piacevolezza”. Forma, progettazione, composizione devono mostrarsi in un romanzo, come in una qualsiasi altra opera d’arte. Se avete altre fonti o solo dei riferimenti, scrivetemi!

[3] il CBGB è stato un rock club situato nel Lower East Side di Manhattan all’indirizzo 315 di Bowery street a New York. Il nome completo è CBGB & OMFUG, acronimo di Country Blue Grass Blues and Other Music For Uplifting Gourmandizers e aprì ufficialmente le sue porte il 10 dicembre 1973; L’obiettivo iniziale era quello di dar vita ad un locale dedicato a musica Country, Blues e Bluegrass (come dal nome), ma diventò universalmente famoso come punto di riferimento e luogo di nascita del punk statunitense e in particolare del New York punk. Joseph Papp fondò The Public Theater, noto come The Public, è costituito da molti piccoli teatri presenti all’interno di esso. Lì, Papp ha creato produzioni teatrali che duravano per tutto l’anno, concentrarsi su nuove creazioni, sia di spettacoli di prosa che di musical. Alla morte di Papp (1921-1991) il teatro venne rinominato The Joseph Papp Public Theater.

[4] qui sale un’altra immagine ma Edvard Munch lo teniamo per la prossima occasione 🙂

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