La domanda è la più semplice e difficile: chi sono io?

Le altre domande sono più articolare e non meno complesse: perché sono nata in questo luogo? In questa famiglia? In questo contesto storico?

Federica Manzon, autrice di Alma, Premio Campiello 2024, scrive una storia moderna per raccontare i dubbi che l’essere umano racchiude dentro di sé fin dall’antichità. Le domande silenziose di Alma ci accompagnano dalla prima all’ultima pagina di un romanzo che tratteggia una piccola novella individuale per mostrare le grandi vicende del mondo, quelle che da secoli continuiamo a osservare. Ogni volta sembra che la storia sia diversa ma in fondo è sempre uguale, cambiano solo le sfumature. Forse sono le persone che amiamo a cambiarne l’esposizione o la luminosità, come nelle fotografie. Perché, tra le domande già formulate, manca quali colori ha l’amore?

Per chi non è di Trieste, Trieste è una città di confine, è la porta italiana sull’est Europa e su una tradizione che profuma poco di leggerezza mediterranea. Perché c’è un di là e un di qua. Per chi è di Trieste, il confine è un’altra cosa, è delimitare la vita privata -la casa- e la vita sociale -le piazze e i locali della città. Trieste, come altre città di mare, vive una naturale miscellanea di voci e di lingue, di accenti e di lineamenti. Trieste ha una sua personalità in cui la considerazione del di là e del di qua si annulla, come in una formula matematica, e il risultato è una consapevole accoglienza della diversità.

E poi, anzi prima di tutto, c’è il nome: Alma. Alma significa anima, quel nucleo, quella parte profonda e misteriosa che rende unici ciascuno di noi. Alma è il nome perfetto per la protagonista dall’indole irrequieta, dominata da un vento zingaro che non le permette di trovare un luogo che possa diventare casa. Alma è abile a cercare nei meandri dell’anima del mondo, meno della sua. Ma in una mattina di aprile, guardando il mare, sente che a un certo punto qualcosa può cambiare.

Illustrazione di Andrea Serio per la cover di Alma

Luoghi e non-luoghi

È una dichiarazione che troviamo nel libro, una delle frasi indelebili che il padre di Alma lascia alla figlia: tutto dipende dalla geografia e non dalla storia. Questa è la chiave di lettura utile alla comprensione delle vicende che sono definite in precisi contesti storici ma che possono essere capite solo in una geografia fatta di luoghi e non-luoghi. Grazie alla sua dote di scrittrice, la Manzon riesce a muovere Alma negli spazi della memoria intersecati a quelli dell’esperienza, sovrapponendo così realtà e finzione, unico modo per andare al fondo delle cose. Dove il ricordo perde lucidità o si aggrappa a un bisogno, entra in gioco l’intuizione o la visione di qualcosa che non è stato realmente visto ma per altre vie si è conosciuto. Funziona così la ricerca nell’anima di Alma.

Trieste è un luogo, l’isola è un non-luogo. La casa sul Carso è un luogo, il di là -che rimanda ai Paesi della ex Jugoslavia- è un non-luogo. Proviamo a vedere cosa e come la scrittrice ha costruito la mappa utile ad Alma per capire, almeno un po’ di più, chi è veramente Alma.

Quando la protagonista è costretta a tornare a Trieste, è la città ad avvolgerla e accoglierla, è il mare con il suo colore, il suo odore e la sua brezza. La città diventa lo spazio contenuto dai due assi cartesiani che sono il tempo e lo spazio. Il tempo, che non è mai presente -piuttosto è assente-, è memoria del passato ed è sogno del futuro. Lo spazio è anch’esso memoria, è una geografia fisica in cui la memora del corpo prevale sulla memoria della ragione. Alma conosce tutto questo fin da bambina, ha imparato velocemente che l’istinto è quanto di più utile ci sia per uscire da qualsiasi situazione, può farlo perché sa ascoltarsi. L’ascolto è il primo passo per la conoscenza, soprattutto di se stessi, eppure lei che sa ascoltare non ha voglia di rispondere a quella prima atavica domanda.

Il romanzo si sviluppa in tre giorni e in trent’anni, o qualcuno di più. I giorni sono il presente, gli anni la vita intera. La dilatazione del tempo è come il suono della fisarmonica suonata nelle feste gitane, ha in nuce qualcosa di magico, che Alma usa per arrivare nei non-luoghi che non ha potuto raggiungere mentre attraversava i luoghi reali della sua vita.

Radici e alberi

Il tema della famiglia, delle relazioni famigliari e dell’amore si intrecciano costantemente. Alma ha bisogno di chiudere tanti cerchi che a volte sono concentrici e altre volte sono linee disordinate, che collegano la pancia al cuore, il cuore alla mente.

C’è una madre dall’impeto ribelle, follemente innamorata di un marito assente e incapace di amare la figlia tanto quanto l’uomo della sua vita. C’è un padre la cui natura gitana lo fa essere in balia del vento, una brezza leggera e gagliarda quando torna tra le mura domestiche e un vento di fuoco che lo avvinghia a un ruolo, a una responsabilità quando va di là. Ci sono i nonni materni, unico punto fermo ma fermo anche in un mondo che è già stato.

E poi c’è Vili. Anche lui è un vento dell’est, ma è più simile alla Bora, è un vento freddo, solitario e impertinente. Inizialmente porta gelosia e timore, poi l’adolescenza crea complicità ma anche dolore, infine è un richiamo, il richiamo dirompete che porterà Alma ad andare di là. La questione tra Alma e Vili non ha a che fare con l’innamoramento, il loro è un amore così potente da non riuscire a guardarlo, da trasformare la complicità in diffidenza. È un amore così puro che viverlo, dopo un po’, diventa insostenibile, va tenuto a distanza per sopravvivere e permettersi una speranza.

Certi tipi di amore nascono da semi che hanno troppe cicatrici. Allora le loro radici si diffondono ampiamente nel terreno e aspettano a lungo prima di salire in superficie e diventare alberi.

Tracce di storia

Se la geografia è la Stella Polare della narrazione, la storia è il firmamento. Federica Manzon è riuscita a parlare di due questioni spinose con grazia e franchezza, ha saputo dire quanto basta per dare un contesto e un’indicazione. I periodi storici sono differenti, il primo infatti emerge dai ricordi di Alma bambina, racconta del luogo di lavoro della mamma, la città dei matti, e della genialità di un medico, Franco Basaglia, che ha cercato l’alma oltre la scienza.

Il secondo ci porta alla fine del secolo scorso, alle terribili guerre jugoslave, guerre civili che hanno coinvolto le Nazioni appartenenti alla Repubblica di Jugoslavia, una decina di anni dopo la morte di Tito. Sono poche le pagine dedicate all’orrore che c’è stato, sono funzionali alla storia di Alma ma sono una sorta di testimonianza, sono il ricordo che permane, come fossero un monito a quel senso di disumanità che sembrava superato, invece no, la storia contemporanea sta dimostrando che l’uomo è riuscito a superare ancora una volta il limite del peggio.

Eppure, leggere e conoscere per capire l’origine di ciò che viviamo è l’unica speranza, è l’unica eredità che abbia un senso.


Federica Manzon, Alma, ed. Feltrinelli, 2024.

In occasione della sesta tappa della mostra DIAGONALI////COVERS, la tavola originale della copertina è esposta ai Box dell’Arte del Mercato Coperto di Trieste dove sabato 28 giugno alla 18 ci sarà l’incontro con la scrittrice. E ciò mi fa felice.

3 thoughts

      1. Le belle parole che hai speso per me mi lusingano profondamente, e le ricambio di cuore: anche il tuo blog è interessante, infatti mi ci sono iscritto. Grazie a te per la risposta! 🙂

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