Pontescuro mi ha incantato. Per la scrittura e lo stile, per la bellezza delle immagini evocate e disegnate, e per quel soffio mistico che attraversa il romanzo. Luca Ragagnin è poeta, prima di essere narratore, e quest’opera cela l’animo sensibile e la cerca spirituale dell’autore.

Pontescuro è il nome di un piccolo paese, sperduto da qualche parte nella bassa padana, il tempo definito è il 1922 ma l’impressione è quella d’essere immersi in un’altra epoca; forse perché la velocità di cambiamento -del paesaggio e dell’uomo- negli ultimi cent’anni ha avuto un’impennata, offuscando il ricordo che, prima, il mondo è rimasto simile per lunghi secoli; forse perché agli inizi del Novecento, la campagna, i villaggi e il castello erano ancora contesti reali mentre oggi sono solo tracce di storia; ma non sono quei due forse, è la forma del romanzo a evocare una lettura che prende le sembianze di favola per adulti.

I fatti sono semplici: ci sono i villani, un signore-padrone e la figlia Dafne, bella e generosa come il nome della ninfa che porta, c’è lo scemo del villaggio e un buon uomo che lo prende con sé; poi c’è Dafne che muore e un’investigatore da Roma chiamato a far luce nell’ombra, anzi, chiamato a trovare un colpevole, a prescindere dalla luce che riflette Pontescuro.

Il paese diventa un luogo, il testimone di destini condannati in partenza all’oblio e di una silente tragedia. Se dunque un villaggio è abitato da persone, un luogo accoglie l’esistenza e la presenza di altri attori, animali e vegetali, che prestano la loro voce alla narrazione.

dicono che la nebbia fa dimenticare i pensieri che servono a tirare avanti e al loro posto ci mette quelli che fanno perdere tutte le strade.

[così dice la nebbia]

La continuità di questo luogo è data dall’interruzione.

Io sono fatto così, ma non sono l’unico. Anche le persone nate e cresciute qui sono fatte di interruzione.

[così parla il ponte]

A ben leggere tra le righe, il testo lascia continuamente indizi, non informazioni utili alla risoluzione dell’efferato omicidio ma dettagli di una visione metafisica del mondo, suggerimenti per attraversare ogni ponte(o)scuro.

La vera felicità vive molto vicina al vuoto, chiama un bagaglio leggero, un nastro rosso, per esempio.

Gli uomini nascono perdendo il sapere […] dimenticare di avere saputo il Tutto, avendone fatto parte fino al primo vagito. Senza quella condizione, non si nasce.

Molte sono le tracce che l’autore mostra, spesso nei dialoghi dei personaggi, allusioni precise a filosofie orientali a lui care. L’infinita lotta tra il bene e il male del mondo è racchiusa nello spazio di quel paesello, come in ciascun essere umano; c’è sempre una scelta a determinare se l’ago della bilancia penderà da un lato o dall’altro, così com’è vero che a fronte di un inganno condiviso l’unica possibilità del vero è di andare liberamente altrove.


Una diversa recensione e l’intervista all’autore è pubblicata a questo link.

Luca Ragagnin, Pontescuro, Miraggi edizioni, collana scafiblù, 2019.

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