Due caratteristiche di Elvis Malaj sono la schiettezza e la semplicità, le usa per raccontare storie di sogni e di disagi, di amore e di amicizia. Classe 1990, nato nella terra delle aquile e cresciuto, dall’adolescenza in poi, nella terra del tricolore, Elvis lavora un po’ qua e un po’ là, vive un po’ qui e un po’ lì e converge questa sua (apparente) dicotomia in un’unica strada: la scrittura.

Quando lo conobbi e lo intervistai nel 2018 per la sua prima uscita, la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia, per i tipi di Racconti Edizioni, mi stupì perché “l’ironia e il distacco dello straniero rendono fresco e attuale il suo stile narrativo, ancora acerbo per certi versi, provocatorio e realista per altri”. Oggi riconosco nel romanzo Il mare è rotondo, uscito a maggio per Rizzoli, una coerenza di stile e una rotondità espositiva che conferma la sua capacità di narrare il presente, l’orgoglio delle proprie radici, il bisogno di lasciare un Paese per cercare maggiori possibilità in un altro e le diverse sfaccettature di essere un immigrato.

Libreria Universitaria San Leonardo | 15 febbraio 2018

Ciò che non manca è lo sguardo attento ai dettagli che rendono i personaggi presenze vive tra le pagine, figure che si intravedono mentre prendi un caffè e osservi il mondo dalla vetrina. Elvis lo fa senza espedienti narrativi ma con la descrizione minuziosa dei contesti, con grande capacità nella cura dei particolari e con una sorta di disinteressato amore verso chi popola le storie, come se dovessero agire indipendentemente da ciò che vuole lo scrittore.

Il romanzo racconta la storia di Ujkan, un ragazzo ossessionato da due idee: andare a vivere in Italia e sposare una donna di cui è veramente innamorato. La prima è il sogno di un bambino che si traduce in svariati tentativi nel corso della giovinezza, la seconda ha bisogno di una contestualizzazione: in Albania sopravvive la tradizione del matrimonio combinato ma Ujkan vuole una storia d’amore come quella che gli ha raccontato il nonno, la vuole proprio così, senza mezze misure. Il confine tra ossessione e determinazione diventa per lui un filo trasparente che lo porterà a vivere situazioni al limite di una realtà inimmaginabile per molti lettori.

Ci sono personaggi, più o meno di rilievo, che ruotano attorno a Ujkan e che già abbiamo incontrato nei suoi racconti, nella stessa situazione, come Mrika che diventa Irena, oppure in un contesto completamente diverso come Gjokë, protagonista de L’incidente e migliore amico di Ujkan nel romanzo, o Bashkim, ora personaggio che garantisce il lavoro in Italia a Ujkan, prima protagonista del racconto Il televisore, o ancora l’uomo con la cravatta a fiori che compare da due prospettive diverse e molto interessanti:

L’uomo con la cravatta con un motivo a fiori, seduto sul secondo sedile dietro la conducente, cercava di non pensare. Si girò verso il tipo al suo fianco e cercò qualcosa da dire. Quando si parla, in una certa misura, si riesce a smettere di pensare. Ma negli occhi del vicino notò preoccupazione, così gli sorrise, come per rassicurarlo che non gli avrebbe parlato, e tornò a guardare davanti a sé. Doveva concentrarsi su qualcos’altro. La sua cravatta, per esempio. La prese in mano e la osservò. Troppo informale, si era lamentato qualcuno con il suo superiore. La guardò ancora per un attimo finché i pensieri presero il proprio corso, e la rimise giù.

da Dal tuo terrazzo si vede casa mia

“Da come è vestito, dev’essere uscito da una banca o qualcosa del genere” disse tra sé e sé Fadil mentre lo guardava con la coda dell’occhio. Dopo aver superato il quartiere vecchio, Fadil cominciò a fare attenzione. Dalle indicazioni che gli aveva dato il figlio non mancava molto alla sua fermata. Con la faccia incollata al finestrino riuscì a scorgere un piccolo chiosco, incastrato tra due palazzi, sulla cui insegna c’erano dei denti cariati. Avrebbe dovuto scendere alla fermata dopo ma si accorse che c’era un problema: l’uomo con la cravatta a fiori bloccava il passaggio. L’autobus accostò, le porte si aprirono e i passeggeri scesero con calma. Poi ripartì, e dal suo sedile Fadil vide la fermata allontanarsi. La successiva, comunque, non era troppo lontana, sarebbe tornato indietro a piedi. E se l’uomo con la cravatta a fiori non fosse sceso lì, gli avrebbe chiesto di farlo passare. “Mi scusi, mi dispiace disturbarla, ma devo scendere” gli avrebbe detto e l’uomo con la cravatta a fiori lo avrebbe fatto passare. Non aveva alcun motivo per non farlo. L’autobus si stava avvicinando alla fermata. Fadil osservò l’uomo con la cravatta a fiori per vedere se si preparava a scendere. Ma, anziché alzarsi, l’uomo con la cravatta a fiori si girò verso di lui e dall’espressione cordiale del suo viso sembrava voler fare conversazione. Fadil fu colto dal panico. Provò a rimanere indifferente, continuando a guardare dritto per scoraggiarlo. E infatti l’uomo con la cravatta a fiori fece un sorriso e tornò a fissare davanti a sé.

da Il mare è rotondo

La scrittura di Elvis Malaj utilizza spesso, ma con precisione chirurgica, parole della lingua albanese (la traduzione è inserita nel glossario) che sono un richiamo alla propria terra, che sono una forma di nostalgia applicata alla scrittura ma più di tutto sono una dimensione: un termine il cui suono diventa un’evocazione di profumi, situazioni, gesti, suoni e significati di una tradizione popolare che risulterebbe depotenziate se tradotta.

Il mare è rotondo, sì, come le storie delle persone che si intrecciano nel romanzo e nella vita vera, simili e mai uguali nei dettagli ma partecipi di quell’attitudine a voler essere migliori che caratterizza l’essere umano.


Qui l’intervista in occasione della pubblicazione della raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia e qui l’intervista in occasione del romanzo uscito per Rizzoli lo scorso giugno, Il mare è rotondo.

Segnalo anche il racconto Confini pubblicato online da mimima&moralia.


Elvis Malaj, Il mare è rotondo, Rizzoli, 2020.

Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2018.

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