Una lettera nella cassetta della posta cambia il corso di una vita che pare ovvia. Succede a Tony Webster e, di fatto, può succedere perché lui lo permette, perché si accanisce a voler comprendere il passato che non aveva compreso. La domanda, a questo punto, è: se non l’ha capito allora, può capirlo oggi? E la questione successiva è: quanta verità oggettiva c’è in ciò che ricorda/ricordiamo?

Julian Barnes, nel romanzo Il senso di una fine che gli è valso il Man Brooker Prize nel 2011 afferma che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Antonio Tabucchi osservava che autobiografia, autobiografia romanzata e romanzo autobiografico costituiscono una sorta di palindromo dalle cui tenaglie non si sfugge [e mi chiedo il motivo per cui è un circolo vizioso]; in modo diverso e complementare compiono lo stesso procedimento: trasformare la vita in letteratura. Perché il solo fatto di raccontare è letteratura, e a questa legge non si sfugge. Ma, quindi, il ricordo -che è quanto noi raccontiamo a noi stessi- è soggetto alla regola perentoria stabilita dalla definizione di Tabucchi?

Senza grosse pretese di intendere la vita di ognuno di noi come valido soggetto per una trama letteraria e riducendo l’intento ai minimi termini, direi di sì; il rimembrare fatti avvenuti nel passato, il cercarne un senso, lo sforzo di scavare per fiutare una traccia, una spiegazione, una rivincita -molto spesso- non è altro che il tentativo di (ri)raccontare la storia della vita, e la possibilità di trasformare la vita in una storia ci autorizza automaticamente a (re)interpretarla.

In questo mio perdermi nel senso dei ricordi, o più precisamente, nel provare a dare una comune unità di misura al peso che essi hanno per me e per chi mi sta vicino, unito al girotondo delle parole dei libri, che si divertono a giocare nella mia mente prima che io decida di archiviarle, arriva pure Lulu Miller che aggiunge un tassello non poco rilevante: le nuove convinzioni sull’orientamento di una persona sana riguardo alla realtà cambiarono i metodi negli studi dei terapisti. Molti di loro cominciarono ad applicare tecniche come lo story editing o il reframing – revisioni o riformulazioni del racconto autobiografico – per spingere con delicatezza i pazienti a dare sfumature più rosee alla loro percezione di sé. Tutto stava nell’applicare una dose di autoinganno moderata. Ciò significa ottenere una formale autorizzazione a trasformare la vita in “letteratura”, ciascuno con la propria penna, con la propria libera interpretazione.

Ma torniamo a Il senso di una fine: è una piacevolissima lettura, affabile nello stile e intrigante nella struttura della storia, un romanzo che palesa, in un perfetto british drama, quanto ingannevole possa essere la memoria, per volontà o per incapacità, sta di fatto che nessuno può conoscere mai -o completamente- un avvenimento per intero, le domande poste per colmare i vuoti che non si riescono a spiegare [che ha senso spiegare?] possono diventare solo un tormento, eppure qualcuno ha bisogno di vivere il e nel cruccio, che preferisce lasciarsi assillare dalle scelte della vita altrui. Ciò che permane è il monito di come sia impossibile arrivare a conoscere fino in fondo una persona diversa da noi stessi, tanto più che ciascuno di noi può arrivare a scoprire solamente alcuni tratti di sé.

Detto ciò, concludo con un altro grande e discusso tema: libro o film? A me piacciono entrambi, li vivo in contesti diversi e questo mi permette di goderne in egual misura. Il regista indiano Ritesh Batra ha diretto il film The Sense of an Ending, liberamente tratto dal romanzo, con un cast molto interessante: Jim Broadbent, Charlotte Rampling, Harriet Walter, Emily Mortimer e Michelle Dockery. Trovo che L’altra metà della storia, traduzione italiana del titolo originale, sia una curiosa chiave di lettura per lo spettatore, un suggerimento a cui il lettore giunge da una strada differente.

Charlotte Rampling e Jim Broadbent in una scena del film

Julian Barnes, Il senso di una fine, trad. Susanna Basso, Einaudi, 2012.

Lulu Miller, I pesci non esistono, trad. Luca Fusari, add editore 2020.

La citazione di Antonio Tabucchi è tratta da qui.

NB in una rivista di cinema ho trovato un riferimento a Quarto potere, film del 1941 scritto, diretto, prodotto e interpretato da Orson Welles che, servendosi di una sequenza di flashback, mostra i frammenti della vita di Charles Foster Kane, quasi fossero i pezzi di un gigantesco puzzle, e lascia allo spettatore il compito di ricomporre la complessa personalità del protagonista.

One thought

  1. Il senso di una fine. Solo il titolo mi aveva incuriosito. Cercare di darsi una spiegazione, privare a “vedere” veramente la propria vita scostando il velo soggettivo che portiamo. La domanda è se siamo capaci di sopportarla la verità. Se esiste innanzitutto una verità oggettiva e se essa stessa non perda unicità dal momento che viene raccontata da uno o dall’altro. Forse Tabucchi ha ragione le nostre vite sono fatte per essere letteratura se vengono raccontate nel giusto modo. La frase di Lulu Miller la sento vicina in questi giorni che sto riformulando la mia versione dei fatti che mi sono accaduti anche attraverso la scrittura di un racconto con un personaggio inventato, un processo catartico per dare un senso alla fine.

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