Articolo dedicato non alla trama o allo stile, ma alla scelta linguistica e successive deduzioni e/o elucubrazioni non sempre logicamente connesse. Questo perché, recentemente, si sono intersecate due letture e due incontri che mi sono rimasti in testa: i libri sono Chi se non noi e Se l’acqua ride e gli autori Germana Urbani e Paolo Malaguti.

Prima di addentrarmi nella questione, scrivo solo alcune righe per delineare il contesto utile alle riflessioni successive. Il primo romanzo narra la storia di Maria, dell’amore perduto e del suo ossessionante dolore, in un continuo dialogo tra personaggio e paesaggio; il secondo racconta la crescita di Ganbeto attraverso lo scorre di un fiume, che lo accompagna nella scoperta della vita e dell’amore, di un mondo particolare, quello dei barcari, di cui vive la trasformazione in atto, che non può comprendere ma solo osservare.

Nella diversità del tema narrativo, l’elemento comune è il territorio, una natura fatta di luce e di acqua, di riflessi e di un fluire verso il mare-mondo, in un panorama piatto, che permette di andare lontano con lo sguardo a cercare la linea dell’orizzonte: il delta del Po e la rete di canali navigabili che si snoda nella bassa Padana. 

In tale scena comune, l’attore che per me è stato il vero punto d’intersezione tra i due autori è l’inserimento di espressioni e frasi dialettali nel romanzo. Ora, per Paolo non è una novità, ricordo bene lo sforzo iniziale a leggere la voce di Malachia ne La reliquia di Costantinopoli e lo stupore nel ritrovare parole dimenticate che usavano i nonni nel Sillabario veneto, dunque, al di là della storia in sé, Paolo ha sempre dato una particolare attenzione al linguaggio, non solo come strumento da utilizzare per caratterizzare un personaggio. Se l’acqua ride è, di certo, un romanzo di formazione ma parallelamente è anche la testimonianza di una tradizione scomparsa. Questo atteggiamento di cura, di attenzione per la tradizione e il valore del linguaggio, di cosa rappresenta l’italiano e cos’ha rappresentato il dialetto, l’ho avvertito anche nella scrittura di Germana in Chi se non noi, suo romanzo d’esordio. Forse la vicinanza mi sembra tale perché entrambi sono veneti, o forse perché il passato di alcune province di questa regione è stato più segnato di altre, e loro danno voce al disagio.

Argine Agosta, Comacchio, 1989 © Eredi di Luigi Ghirri

Ma mi viene il dubbio che la questione non sia poi così localizzata. Ci sono altri autori italiani contemporanei, e penso alla lingua Nuda scelta da Michele Vaccari in Urla sempre, primavera -oltre alla sua denuncia a un sistema che mira all’impoverimento (anche) linguistico- o il dubbio manifestato da Lorenzo Sartori durante la presentazione di Il filo sottile di Arianna, quando racconta di essersi posto la domanda: in quale lingua faccio parlare uno dei miei personaggi che è cinese, vive a Milano e fa l’hacker? Dicevo, appunto, che l’interrogativo sul valore della lingua si spinge oltre lo stile ed è più in relazione con l’identità di un personaggio. Quindi, mi pare che se la questione linguistica sia rilevante per una persona descritta sulla carta, lo sia ancor di più per una che respira, pensa ed esprime un concetto.

Questi interrogativi mi hanno così portato ad alcune divagazioni sul legame tra lingua e identità. Facciamo un passo indietro, partiamo dagli inizi del Novecento che ha visto lo sviluppo di movimenti artistici che, respirando l’aria del progresso, ispirati dal sunto dio è morto di Nietzsche e presi dall’estro artistico e avanguardistico di cui erano dotati, hanno dato inizio a un processo di destrutturazione che, tolto il periodo bellico in cui uomini e artisti erano impegnati al fronte e attenti alla loro sopravvivenza, si è protratto dalla seconda metà del secolo fino ai giorni nostri. Per il valore che riconosco all’arte, ho osservato la lettura di coloro che hanno uno sguardo che si eleva dal quotidiano, che sperimentano la realtà, e riconosco questo bisogno estremo di essere diversi dai propri padri, di smantellare la rigidità di un sistema per dare voce alla crisi d’identità che trafigge l’uomo moderno. L’esito finale, quello che possiamo vedere oggi, è che nella maggior parte delle performance d’arte contemporanea, la crisi d’identità dell’individuo è evidente: ebbro di libertà ma privo di punti di riferimento, appare come un corpo vagante in cerca dei confini del possibile e del reale.

Cos’ha a che fare detta digressione con la lingua? Mi azzardo a ipotizzare che il linguaggio abbia subito lo stesso processo di destrutturazione, non per mano di artisti o scrittori, ma direttamente della popolazione. C’è stato un momento in cui il dialetto ha rappresentato un problema e, invece di analizzarlo per trovare una soluzione, si è cancellato il problema stesso: il dialetto riconduce al passato, più comunemente alla condizione di un mondo contadino e di povertà, quindi qualcosa da dimenticare. Ma se una lingua rappresenta un’identità, e questo è sancito nei saggi di antropologia e di linguistica, scegliere di non parlarla più significa rinunciare alle proprie origini, alla tradizione popolare e orale di un territorio, stratificata da centinaia di anni, e di conseguenza alla cultura che, almeno geneticamente, dovrebbe scorrerci nelle vene. Mi pare allora che, privati del dialetto come fosse un delitto continuare a usarlo, abbiamo provocato il vero delitto: l’assassinio di un mondo tradizionale che ora è difficile, molto difficile, recuperare.

Oltretutto, la scelta di abbandonare il dialetto in favore dell’italiano, se pur con ogni buon intento e volontà, non ha prodotto la diffusione di una lingua in grado di crescere e di arricchirsi, visto i continui segnali d’allarme lanciati da statistiche e simili, a sottolineare l’impoverimento della lingua corrente (perdita dell’uso di vocaboli, non corretto utilizzo dei tempi verbali, etc). Mi sorge il dubbio che quanto sta accadendo alla nostra lingua, così come le espressioni artistiche avevano anticipato, corrisponda all’incertezza dell’identità di un intero Paese, un disorientamento che pervade molte aree: politica, sociale, culturale e derivati. Il timore è la percezione che, a un certo momento, gli italiani abbiano avvertito il bisogno di diventare altro da ciò che erano, senza sapere con esattezza dove andare a parare.

L’altra inquietudine, sopraggiunta in modo quasi idiosincratico, è che oltre alla sostituzione del dialetto con l’italiano, anche il male della tradizione popolare è stato eliminato, fa il bravo sennò arriva l’uomo nero appare ormai solo come una minaccia non come un insegnamento, oppure salviamo il lupo che è buono e non voleva davvero mangiarsi la nonna e Cappuccetto Rosso depaupera la forza di una fiaba e ci priva del senso critico verso la realtà. Ma se manca la lotta tra bene e male, rimane la lotta tra bene e bene, e, ha senso? Non è che questa realtà edulcorata abbia amplificato la crisi sull’identità, la non capacità di leggere il presente? Questi sono i dubbi per cui ho più l’impressione che la perdita del dialetto abbia cancellato con un colpo di spugna anche la saggezza popolare, criticabile sì ma è pur vero che un distillato di centinaia di anni non può essere eliminato del tutto. I nonni di oggi non sanno raccontare, o forse non hanno nulla da raccontare…usano lo smartphone per sentirsi simili ai nipoti, ma cosa lasciano di vero e originale alla loro progenie?

Ecco allora che trovare delle parole in dialetto in un romanzo e leggere libri che si pongono in maniera sentita questioni linguistiche, mi fa sperare che ci sia un tentativo di recupero della parte nobile di un passato poco remoto, che possiamo essere figli del nostro tempo senza declinare a spazzatura le parole che i nostri avi usavano. Forse i romanzi di Paolo Malaguti e Germana Urbani mi hanno portato a queste considerazioni perché sono veneta anch’io, magari in altre regioni è diverso, i dialetti si sono preservati assieme all’essenza della tradizione, e solo il miracolo economico del Nord-Est ha intaccato una lingua e la sua identità, ecco, questo mi piacerebbe saperlo.

Ora, per alleggerire (ma forse no) queste riflessioni riporto un fatto a cui ho assistito qualche tempo fa, in pasticceria: due mamme, due figli e un cane; una delle due sbotta gatu finio de far tute chee fregoe? [hai finito di fare tutte quelle briciole?] al bambino che mangia la brioche, e poi tesoro, ne vuoi un pezzettino? al cane. Nonostante apprezzi l’ascolto del dialetto, resto perplessa sull’interlocutore, ma qui ricomincia la spirale sulla crisi d’identità, non è il caso. E siccome vivo con due cagnoline e una gatta, non è certo una critica verso l’amore per gli animali!


Germana Urbani, Chi se non noi, nottetempo edizioni, 2021.

Paolo Malaguti, Se l’acqua ride, Einaudi, 2021 – secondo posto al Premio Strega 2021 e vincitore della XXVIII edizione del Premio Latisana per il Nordest.

Michele Vaccari, Urla sempre, primavera, NNEditore, 2021.

Lorenzo Sartori, Il filo sottile di Arianna, Laurana edizioni, 2020.

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