Ogni volta che leggo un libro di Patrick Fogli resto affascinata dalla semplicità della scrittura e dalla trama del romanzo, aspetto che rende la lettura incalzante e leggera, scorrevole – e già di per sé è una caratteristica rilevante. Eppure, ciò che prediligo è l’ordito del tessuto narrativo, quei fili che stanno apparentemente nascosti, s’intrecciano con costanza e determinazione, diventando inseparabili, proprio come finzione e verità in un romanzo impeccabile.

Preceduto da Il signore delle maschere e A chi appartiene la notteCosì in terra è il titolo dell’ultimo lavoro dell’autore, tre parole dall’eco profetico; le tre sono in realtà l’eco di un percorso che lega il romanzo ai due precedenti, non è un cerchio che si chiude ma il salto infinitesimale della spirale che percorre l’autore e gli permette si salire al livello superiore.

A cosa serve raccontare la verità, pensa, se nessuno ti crede? 

Dal punto di vista narrativo le storie sono completamente differenti, la trama è autentica per ciascuno, ma è appunto l’ordito a far vibrare le note come in una cassa di risonanza. Procediamo per ordine: Così in terra racconta la storia di un bambino che diventa adolescente e poi ragazzo e poi ancora uomo; il bambino rimane orfano e cresce in un orfanotrofio, l’Istituto, gestito da suore; l’adolescente si ribella e il ragazzo viaggia alla ricerca della propria identità; l’uomo cerca il senso di una vita attraversata dal dubbio e il suo posto, o peso, nel mondo. Ciò che rende speciale la sua storia e la sua intera esistenza è un talento spaventoso e incredibile: Daniel sente i pensieri degli altri, Daniel può trasformare desideri in azioni, può compiere miracoli, sebbene la gente pensi siano trucchi, i trucchi del mestiere dell’illusionista, dell’illusionista di fama mondiale che Daniel è diventato. D’altra parte, cos’altro dovrebbe credere? Un altro figlio di Dio? No, quest’ipotesi non è plausibile, non è giustificabile nemmeno per lo stesso Daniel: un mago è un attore che interpreta il ruolo del mago.

Quella di Daniel è una semplice storia straordinaria, fuori dal comune ma calata perfettamente in una quotidianità ordinaria e contemporanea; per quale motivo, dunque, l’autore ha scelto quest’ossimoro narrativo? Ho considerato alcune ipotesi, quella più attendibile, a mio avviso, è l’osservazione che in una società sviluppata all’insegna del superlativo estetico, la nostra, solo la combinazione di un fatto eclatante e un contesto desueto possono attirare l’attenzione verso l’ordito, oltre la trama. Ciò collima con l’incipit e la prima ambientazione da cui muove la storia: la scelta di un luogo, che non è sacro di per sé ma lo è nella struttura organizzativa, è il gesto estremo di una madre che affida il figlio a chi potrà comprendere, accogliere e proteggere. Inizia così il romanzo, con la fine del viaggio di Maria e la comparsa di suor Anna che li sente arrivare, che si domanda come mai il cancello era aperto e li accoglie aprendo il portone dell’istituto; e lei, in quel momento, è inconsapevole che quell’incontro diventerà anche l’epifania del suo viaggio alla ricerca di sé.

Il suo nome, pronunciato da Maria, è quasi un sospiro.

Si volta su un fianco, la vede, all’inizio è solo un contorno, poi

i lineamenti affiorano, imprecisi ma chiari.
«Vieni qui» dice, e non sta sussurrando, non ha quasi parlato,

è tutta la voce che ha, tutto il fiato che ha.
Daniel si appiattisce sul bordo del letto, allunga un braccio,

lei gli prende la mano e continua a parlare, gli parla all’orecchio, anche se sono distanti, il suo respiro contiene parole e lui

e solo lui sa come interpretarle, lui

e solo lui è in grado di capirle e di rispondere.
Sono una carezza e un insegnamento, un abbraccio e

una raccomandazione, un bacio e un’eredità.
Sono una madre e un figlio in una notte di primavera.

Uno dei fili dell’ordito è la capacità di meravigliarsi, quella che è andata persa sostituendo la scienza al mito; Daniel riflette in più occasioni sul limite delle religioni monoteiste, sulla probabile incapacità di accettare il sovrumano, motivo principale della sua preoccupazione nell’eventualità di raccontare a qualcuno la sua verità. È terribile la condizione in cui vive l’uomo che ha coltivato un talento rarissimo, dote innata che non può essere condivisa malgrado sia sfruttata, spesso a fin di bene [preferisco non addentrarmi in dettagli che possano smascherare troppo la trama] e proprio questo aspetto stringente mette in luce il limite di una società che ha relegato in un angolino buio e fatiscente ogni aspetto di religiosità atavica in cui affonda le proprie radici.

Se non si conosce la spiegazione, non significa

che non ce ne sia una e se c’è una lezione che ho imparato

è che nel flusso disordinato della vita

viaggiare in senso contrario è la cosa più pericolosa.

Devo fare una digressione: in un saggio sulle tradizioni d’Occidente e d’Oriente, l’autore scrive che le prime pongono all’inizio, prima dell’origine di tutte le cose, l’Unità, mentre le seconde affermano che prima dell’inizio, prima ancora dell’unità primordiale, era lo Zero, ciò significa -tralasciando disquisizioni metafisiche- che ricondurre tutto all’Uno diventa una limitazione, aprire le possibilità allo Zero permette un’ampia dilatazione dei confini [1]. Mi chiedo quindi, se il contesto in cui cresce Daniel fosse stato diverso, avrebbe ugualmente avuto paura? Paura di riconoscere se stesso, intendo, prima ancora di quel profondo timore che lo blocca nel rivelare a qualcuno ciò che via via scopre di sé e affina col tempo. Oppure quei talenti sarebbero stati valorizzati? E non mi riferisco solo all’Oriente ma anche a tradizioni animiste tuttora presenti.

Patrick sceglie di ambientare la storia di Daniel qui, motivo per cui la mia digressione lascia il tempo che trova, forse è solo un mio personalissimo appunto di viaggio, per tanto mi chiedo e osservo questa storia dal punto di vista umano e nascono nuove domande. La storia di Daniel porta all’estremo la ricerca della propria identità, l’osservazione di quanto sia labile il confine tra bene e male, vero e falso, utile e inutile, e chiede quanto ancora sappiamo credere ai miracoli. In questo gioco dell’estremizzare un personaggio o un luogo, ritrovo la domanda più semplice: stiamo veramente riducendo “tutto” a una mera spiegazione scientifica? Accettiamo che il mondo, l’Universo intero, siano solo ciò che ci può essere spiegato, incapaci di spingerci oltre? Rinunciamo quindi alla fantasia e all’immaginazione? Che ne sarà di quelle doti dell’essere umano che si chiamano istinto, intuizione o percezione? Potrebbe essere questo uno dei motivi per cui ci fidiamo più dell’istinto di un animale che della capacità empatica di un umano?

Di grande profondità si incontrano alcune riflessioni sul valore della felicità e della serenità, nulla di nuovo ma Patrick passa con l’evidenziatore parole che stanno sbiadendo.

La felicità non esiste. È plastica di scena, la brillantezza perfetta di un attimo inafferrabile. Esiste la serenità, questo sì, e mentre lascio che mi invadano capisco con un’imprevedibile epifania che è proprio questo che sono, sereno. E non per questo luogo o questa serata, ma per la strana sensazione di libertà che mi sento addosso e che colgo fino in fondo soltanto ora […]

Ho aperto questi appunti nel mio viaggio tra i libri ricordando i due romanzi precedenti dell’autore perché già, celati nella trama del thriller, si potevano incontrare le tracce dei temi che gli stanno a cuore e attorno a cui costruisce storie da raccontare, come se attraverso le storie ci fosse il tentativo di passare il testimone di riflessioni che non smettono mai di essere attuali, nel circolo vizioso di domande che trovano risposte generatrici di nuove domande. C’è sempre una realtà “altra” che si muove parallela a quella visibile, il fatto di non averne coscienza o di non percepirla non significa che non esista.


Patrick Fogli, Così in terra, Mondadori, 2022.

[1] René Guénon, Il demiurgo e altri saggi, Adelphi, 2007.

2 thoughts

  1. Ho letto con piacere questo post, facendo riferimento ad alcune tue riflessioni e ripensando ai due libri precedenti che hai citato mi viene da dire che in qualche modo in tutti e 4 i protagonisti esiste il desiderio di conoscere cosa è vero e cosa è reale e questo passa attraverso l’ esperienza umana che di per se non può essere oggettiva. Come se in qualche modo la ricerca della realtà e di una propria identità non siano altro che un atto di fede verso se stessi.

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    1. Sono d’accordo con te, la ricerca è sempre soggettiva, solo se è disposti a vedere il bianco e nero in noi si può raggiungere una conoscenza sincera di se stessi. E la cosa più particolare è che la ricerca è continua, si raggiunge una meta e un nuovo obiettivo si palesa all’orizzonte, perché la vita ci presenta situazioni nuove, gioie e dolori che modificano anche ciò che siamo.

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