Vi piace il nero? Quel nero che per noi lettori italiani è stato inizialmente giallo: un colore, un genere che trova la sua epifania nel 1929, quando Mondadori inaugurò la collana di polizieschi caratterizzata dal colore giallo della copertina. Entrambi i colori indicano una narrativa di genere che nel corso di un secolo ha subito diverse declinazioni –noir, thriller, hard boiled-, come specchi di una società che cambia e con essa mutano il modo di investigare, il confine tra bene e male, l’ambiente e i soggetti narrati o narranti. Patrick Fogli riesce a cogliere le rifrazioni di quel nero.

Ho già recensito e intervistato Patrick Fogli su Il signore delle maschere e A chi appartiene la notte, se vi va potete leggerle cliccando il link sopra ciascuno dei due titoli. In questa rubrica che chiamo il tempo di un caffè, o magari due, mi piacerebbe darvi una visione più ampia dello spessore dello scrittore, perché per me si tratta proprio di questo: della sua capacità di scrivere bene e del senso della fine [1] inteso come un profondo ragionamento sul valore dell’identità e dell’interpretazione del passato per dare senso al presente.

Definire Patrick Fogli man in black è la conseguenza di una serie di associazioni di pensieri: lo scrittore se ne sta in regia, non viaggia armato né combatte gli extraterrestri, muove con cura le dita sulla tastiera per delineare personaggi, così veri “che se ne possono contare le fasce muscolati” (cit. una lettrice), che lottano contro la parte oscura del mondo, vivono situazioni al limite dell’inverosimile e diventano piccoli eroi contemporanei, persone reali che non riescono a fare a meno di cercare la loro identità e, riconoscendola, di restare fedeli a quel senso di verità e di lealtà intellettuale.

Il nero che veste lo scrittore, che varia dal noir al thriller se di genere vogliamo parlare, è il pretesto narrativo, la quadratura del cerchio, il contenitore delle storie che immagina e a cui dà uno spazio dove circolare. La ricchezza della sua scrittura è data dal linguaggio e dallo stile ricco di riferimenti letterari e musicali, che bene si accompagnano e mai stonano nel fantasticare su ciò che si legge, anzi permettono di visualizzare ambienti e atmosfere, regalano al lettore il pretesto per essere veramente dento la narrazione [2].

La ricerca d’identità, nel bene e nel male, dei suoi personaggi è la modalità ipertestuale che caratterizza i romanzi. Ne Il signore delle maschere ci sono due storie parallele che tendono a intrecciarsi, che vengono attratte per polarità ma che in fondo hanno lo stesso scopo, la stessa ricerca di valore. In A chi appartiene la notte le storie non sono parallele ma perpendicolari, perché i personaggi che rappresentano il bene e il male sono dichiaratamente in contrapposizione e perché non possiamo prescindere dalla verticalità della Pietra di Bismantova, luogo protagonista del romanzo. Sia nel caso di rette parallele che di rette perpendicolari, l’attrazione degli opposti è la tensione che rende adrenalinici i romanzi dalla prima all’ultima pagina.


[1] concedetemi il gioco di parole: Il signore delle maschere e Il senso della fine arrivarono sulla mia scrivania lo stesso giorno, qualche giorno dopo trovai il nome di Julian Barnes citato da Fogli, in una mail che Niko scrive a Laura 🙂

[2] mi piace trovare le canzoni nei libri, le ascolto mentre leggo, cosa che mi riporta inevitabilmente a Murakami.

Ritratto dell’autore: come da terza di copertina, Ph. © Cristina Lovadina che ringrazio per avermi inviato copia dell’originale non tagliato.

Patrick Fogli, Il signore delle maschere, Mondadori, 2019.

Patrick Fogli, A chi appartiene la notte, Baldini + Castoldi, 2017, vincitore del Premio Scerbanenco 2017.


Nel video che vi propongo, Patrick Fogli presenta uno dei libri che gli stanno più a cuore -è il caso di dirlo- perché come dice lui, un buon scrittore è prima di tutto un grande lettore.

Patrick Fogli parla di “Riparare i viventi” di Maylis de Kerangal (Feltrinelli, 2015)

4 thoughts

  1. L’ho finito da poco anche io e mi ritrovo molto nella tua recensione del libro, le sue storie di Laura e Caronte si rincorrono e si sfiorano per lunga parte del libro. Potrebbero esistere ognuna per conto proprio ma la bravura dello scrittore sta proprio nel desiderare sempre di più che si tocchino e si incontrino. I riferimenti, la musica, i film sono un bel gioco per il lettore. Ho adorato quel libro di Barnes e adoro Murakami.

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    1. Come dici tu, le due storie potrebbero essere separate ma non è così, proprio perché la vita è un continuo intreccio di legami, anche quando non ne siamo consapevoli (Caronte a Madrid, per dire!); inoltre c’è molta attrazione e tensione, tra di loro e nelle storie che vivono separatamente. E che dire di Barnes e Murakami? Felice che abbiamo gli stessi gusti.

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      1. felice anche io! Barnes è legato a un periodo strano della mai vita e murakami ha questo modo dolciastro e malinconico di descrivere i luoghi e i sentimenti ma non è mai banale. ti ho scoperta da poco e ti seguirò con molto piacere. 🙂

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