La scorsa Primavera io e la mia amica Cristina Lovadina ci scambiammo una serie di vocali Whatsapp su quell’argomento senza fine che è la scrittura. Non che ora non accada, ma con meno assiduità. Quei giorni, invece, furono caratterizzati da una certa costanza, legata a una questione particolare ma poi scivolavano in varie divagazioni. Una domenica, e sono proprio sicura fosse una domenica, lei mi mandò l’audio in cui leggeva un pezzo di Ugo Cornia: avvenne così il mio primo approccio a lui, e fu magnifico. Sono sicura che fosse domenica perché raccontava proprio il motivo per cui lui (e lei) abbiano una strana e ferma repulsione per questo giorno della settimana che, per i più, è un dì di festa.

Era una domenica mattina e io avrò avuto più o meno diciannove anni. Mi sono alzato alle nove di mattina, e mentre bevevo un caffellatte mi è arrivato davanti il vuoto, mentre quella domenica mi esplodeva diventando impraticabile, e diventava la prima domenica impraticabile della mia vita. Mio padre che mi ha detto due o tre cose e io che sono tornato a letto un’ora dopo, senza sonno e senza voglia, in mezzo a tutto questo niente che mi è esploso addosso. Per la prima volta, e tutto d’un colpo. Perché la domenica è una specie di giornata finta dentro la quale cercano di respirare dei polmoni veri senza riuscire a prender dentro l’aria vera perché di domenica è finta anche l’aria. E tutto l’insieme ti produce addosso questa specie d’esperienza d’avere i tuoi polmoni di fianco e non di dentro e di essere condannato a stare ad ascoltarli funzionare per ventiquattr’ore, e se c’è una cosa che è assolutamente impossibile è vivere sentendoti i polmoni di fianco invece che di dentro, perché se c’è un di dentro del dentro e quel dentro esiste, è il polmone che è il dentro più di dentro che ci sia mai stato, e queste giornate spolmonate, una alla settimana, a senza polmone dentro, che ti arriveranno addosso perché è destino che una volta alla settimana ti arrivino addosso, ammazzerebbero anche un santo.

da Le pratiche del disgusto

Vorrei includere qui il suo audio, perché veramente come lo legge lei io non so leggerlo, e penso sia proprio il sentire comune che permette quell’immedesimazione per cui, da quel giorno, quando leggo Cornia sento la voce di Cristina e non la mia, come a poterlo comprendere meglio. Poi, a quel vocale di lettura di Cornia, ne seguirono altri e io li ho contrassegnati con la stellina, così a volte in auto ascolto lei invece delle notizia alla radio, che ultimamente non funziona e quindi non ci penso più a far aggiustare l’autoradio perché ascolto la lettura di Cornia, una lettura speciale perché è solo per me.

Fatto sta che alla fine ho comprato quasi tutti i libri di Cornia e li ho guardati e poi ho deciso di iniziare da La felicità a oltranza, perché sono d’accordo con Cristina quando dice che il titolo di un libro di Ugo Cornia ti chiama e, soprattutto, che i suoi libri hanno la capacità di entrare nelle cose microscopiche della vita, che sono così vere e saltano fuori dal libro, ed è così, e i suoi libri puoi amarli o gettarli dalla finestra perché quando certe cose microscopiche saltano fuori dal libro, le devi acchiappare e accudire e non sempre si riesce a farlo, e quindi richiudi il libro, aspetti che si creino altre circostanze prima di riaprilo.

Sempre in uno dei suo audio mi lesse il frontespizio de Le pratiche del disgusto, concludendo che è proprio quella l’essenza della sua scrittura:

Passeggia per le circostanze della sua vita, come si passeggia per le vie di una città, l’Io narratore di Cornia, lasciandosi riflettere sulle mille cose che gli capitano durante l’esistenza esattamente al pari del disoccupato camminatore che fantastica autonomamente su ciò che vede accadere agli angoli delle strade.

È uno spettatore puro di se stesso.

C’è da dire un’ultima cosa su Cristina, e cioè che tentò pure di fare un corso di scrittura con lui, ma l’epidemia stroncò l’iniziativa sul nascere; si intitolava Storie, storielle e storielline, motivo per cui lei gli dedicò un suo profilo Instagram che potete vedere cliccando qui [merita!].

Accade poi, circa un mese fa, che guardo in differita la chiacchierata tra Jacopo Masini e Davide Bregola [che potete vedere qui] in cui Masini invita lo scrittore a presentare il suo ultimo libro I solitari. Scrittori appartati d’Italia, Oligo edizioni, e mi godo un sacco ascoltandoli, così ordino il libro e lo leggo e bam! Che bellezza! Bregola traccia quindici ritratti di autori italiani che per stile di vita o anomali percorsi editoriali, sono sconosciuti ai più, nonostante il grande valore da un punto di vista di qualità di scrittura, di narrazione. Tra loro, Ugo Cornia. Tra loro, Gianni Celati che avevo appena incontrato grazie agli scambi con Masini rispetto alla questione raccontare una storia versus spiegare una storia, che sono proprio due prospettive differenti. Ma è una storia che andrebbe troppo lontano da quella che sto raccontando, quindi torniamo a Bregola: mi entusiasmo, gli scrivo, risponde, ne esce un’intervista che sarà pubblicata per il webmagazine id il 27 dicembre.

In preda a questa sorta di euforia che certi libri mi mettono addosso, fotografo le pagine dedicate a Cornia e le mando a Cristina, lei risponde più o meno così: Mi son incantata a leggere, ma chi è che scrive così bene ed esattamente quello che penso, però espresso con precisione millimetrica?!? Così anche lei va in libreria e prende il libro e ci siamo date appuntamento telefonico la prossima settimana per far due chiacchiere sui temi che accompagnano le nostre vitali divagazioni: scrittura e fotografia.

Ma non finisce qui, questo concatenarsi di storie. Qualche giorno dopo avere letto Bregola, vedo un post di Francesco Moretti, che per passione disegna e ha creato il suo personaggio Nòi, in cui affianca il disegno in forma di segnalibro al libro che sta leggendo: I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan… ecco, un altro solitario! Così gli scrivo, e mi complimento per l’idea e dopo pochi giorni mi chiede per quale libro vorrei un segnalibro di Nòi; ci penso un po’ e alla fine scelgo Sulla felicità a oltranza, perché è stato il libro più significativo del 2021, per tanti motivi [ero incerta perché anche I miei stupidi intenti è uno dei preferiti dell’anno, ma per ragioni diverse].

Così, quest’oggi, ripensando a queste piccole storie, mi è sembrato che valesse la pena cucirle assieme, evidenziare quel senso di circolarità che prendono certi eventi, e quel valore assoluto che hanno i libri di portarci altrove, senza grandi pretese, solo uscire dalla quotidianità con un sorriso sulla faccia.

3 thoughts

  1. Ehiiiiiii, leggere queste “storie” tipo oggi, un giorno di festa in cui invece che mangiare e stare con i parenti mi ritrovo in casa cullata dalla mia solitudine, beh, riporta ad una calda ed intima dimensione piacevole.
    Grazie!

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    1. Silvia! Grazie per queste parole, mi fa piacere l’idea di averti fatto compagnia. I giorni di festa per i solitari sono sempre una strana questione, la mia famiglia è numerosa e variegata, ma oggi anch’io mi cullo nella solitudine. Un abbraccio

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