Com’è che c’è Gianni Celati e non Davide Bregola in copertina? Posso rispondere così: perché si sono allineati quattro pianeti e due costellazioni. Ricordando l’amicizia tra Luigi Ghirri e Gianni Celati ho cercato la fotografia per aprire la lettura di questo articolo; Ghirri ritrae Celati nella Bassa innevata; in Cavie, penultimo racconto del libro di Davide Bregola, c’è la neve, dunque? …scrivere, leggere, fotografare, osservare, ascoltare, camminare, viaggiare: nei libri queste azioni sono un tutt’uno, si sovrappongono e sono simultanee, e il libro di Davide Bregola è scritto con le parole e con le immagini, mi suggerisce riferimenti e rimandi, un vortice dal quale mi sono fatta volentieri risucchiare.

Gli interrogativi che più spesso mi pongo sul senso della scrittura rimbalzano come una pallina di gomma tra le pareti e il pavimento: c’è l’esigenza di scrivere, dunque di raccontare, c’è la necessità di condividere una storia, intesa come un’esperienza personale rielaborata e fantasticata, oppure come i frammenti di vita di qualcun altro, solo ascoltati; c’è, ancora, il bisogno di offrire una prospettiva per leggere la realtà, un presente che sfugge e si concretizza in forma del passato e/o futuro prossimo. Bregola, nel suo Nei luoghi ideali per la camporella, mi ha ricordato tutti questi aspetti, perché tanto scorrevole e veloce è l’andare dei suoi racconti, tanto lenta e ponderata è stata la raccolta di tutto quel materiale, naturale, umano ed esperienziale, che racchiudono.

Inoltre, il libro ha sancito -per me definitivamente- la figura dello scrittore; ora, per vedere la faccia di Bregola, basta cercare nel web o nei social, certo, ma non è il viso, è la sua immagine che emerge da queste righe. Davide Bregola mi appare come una sorta di cavaliere moderno del ciclo arturiano, indossa pantaloni larghi a via alta, maglietta a righe e scarpe da ginnastica, sale a cavallo di una Panda 4×4 (non so che macchina abbia, ma io l’ho immaginato così, e color verde acqua, per l’esattezza) e parte alla ricerca del Sacro Graal. Immagine bizzarra? Sì, come bizzarri e autentici furono i cantori, così pure lui, la cui voce cela un amore, una passione e uno sguardo speciale in ciò che scrive. In questo ruolo che gli attribuisco, Bregola viene trasportato dai luoghi e dai personaggi -il suo Sacro Graal- che incontra nella via, che lo trapassano e gli lasciano dentro delle tracce di purezza, finché la scrittura inizia a germogliare. Penso sia in questo modo che lo scrittore ferrarese trasporta i suoi lettori da una riva all’altra del fiume Po e del flusso narrativo.

lo passavo giornate intere a guardare nei fossi perché nei fossi c’era tanta di quella roba da stare lì all’infinito. Bolle emergevano dall’acqua ferma, sbuffi impercettibili della terra bagnata, vicino alla proda. Pesci che boccheggiavano e ti guardavano negli occhi. Se riesci a sostenere lo sguardo di un carassio avrai la chiave per accedere alla saggezza. Nei fossi c’era una brodaglia primordiale, verde e grassa, fatta di flora ittica, al cui interno girini neri sembravano macerarsi prima di fare la metamorfosi e di ventare rane. L’origine della vita era nei fossi. Soprattutto nel bugno del bosco poco lontano da casa. Guardare fossi e pensare alla vita. Ascoltare le bolle d’acqua esplodere lievi. Sentire il rumore delle radici di gramigna e malva. Formiche nere e rosse, incessanti, trasportavano semi e steli vegetali. Poco distanti cumuli di terra da cui entra vano e uscivano insetti col loro brulicare inarrestabile. Buchi ovunque. Buchi di sorci e faine. Buchi neri che forse portavano nel centro della Terra. Quando vedevo una biscia galleggiare sinuosa nell’acqua mi sembrava di percepire una specie di sibilo provenire dalla sua glottide.

dal racconto Fossi

Già il titolo, Nei luoghi ideali per la camporella, ha un richiamo epico… ma chi va ancora in camporella? Non so, sinceramente, se questa prassi da “fidanzati di campagna” sia ancora in uso e, nel caso, rimane l’eco della gioventù, anzi richiama quella fase ormonale definita adolescenza, che poi si lascia andare. Ma, come scrive lo stesso Bregola, quella parola racchiude in sé un alone magico, evoca dei luoghi appartati, utili all’amore ma anche ad azioni meno nobili, contesti che si proiettano nell’immaginario come uno spazio aperto ma protetto, in cui il tempo può essere lungo e d’attesa oppure breve, concitato e febbrile.

La raccolta di racconti si allinea con le precedenti pubblicazioni per Avagliano Editore, sempre dedicate alla Pianura Padana, alla sua gente e alle piccole storie che sopravvivono tra un campo arato e una chiusa del Po; è una miscellanea diversificata e compatta: diverso è lo stile narrativo, perché in alcuni racconti si coglie la maturità della scrittura e in altri le sue prime pagine bianche, in cui lo scrittore si permette qualche ricordo autobiografico; omogenee sono le immagini del paesaggio, come fosse un continuo srotolare di fotografie di Luigi Ghirri che, come Bregola, ha amato profondamente quei luoghi, li ha frequentati e vissuti, spesso assieme all’amico Gianni Celati.

Roncocesi, 1992 ©Eredi di Luigi Ghirri

Degli argini hanno detto in tanti cose intelligentissime e scientifiche. Longitudine, latitudine, quarantacinquesimi paralleli, lunghezza, storia, tradizioni, derive. Però a me l’argine ha sempre impressionato per altre cose. È come un totem di terra ammassata. Un cumulo. Braccianti, carriole, ruspe e benne. Fatica di mani e bicipiti. Asfaltato, cementificato e, negli anni, con tutto quell’artificio ci ho dovuto fare i conti. Argine come un serpente Uroboro che ha smesso di mangiarsi la coda. Argine come linea Maginot affidabile e allo stesso tempo inaffidabile. Argine come guardiano dello Stige. Intanto l’erba. Sulle scarpate c’è sempre tanta erba altissima che cresce soprattutto nel la bella stagione. Direi verbasco, setaria e papaveri. Poi la sfalciano, ma un sabato sera che eravamo tutti abbastanza duri per aver bevuto troppo vinaccio rosso al chiosco di Rolando, Leone si era lanciato giù rigolando fin sulla strada dove, una volta in piedi, aveva iniziato a battersi i pugni sul petto come uno scimmione. Aveva lasciato un solco netto di erba schiacciata e si poteva vedere, grazie alla luce bianca del lampione, l’intero tratto compiuto per rotolare dall’alto fin sul catrame: trenta metri buoni. Suo gemello Luca, sobrio, aveva fatto altrettanto ma si era bloccato metà perché aveva accumulato erbacce attorno ai fianchi.

dal racconto Argini

Il racconto Leonessa del Po è un omaggio all’altra passione di Bregola, la letteratura e gli scrittori (più o meno) appartati d’Italia, alcuni dei quali hanno perlustrato i luoghi ideali della camporella con la loro narrazione e ne hanno lasciato una testimonianza, come Verso la foce di Celati, nominato da Bregola, ma anche Narratori delle pianure, aggiungo io. La sensazione che mi ha accompagnato durante la lettura è che questo moderno cavaliere senza macchia e senza paura si sia fatto cantore per la nostalgia di casa e per seguire le tracce di alcuni maestri, per continuare a far fluire la voce del Po. I racconti di Davide Bregola mostrano la bellezza delle contaminazioni, della risonanza che può avvenire tra parola e fotografia, tra libro e viaggio, sono un inviato a visitare la Bassa ma anche un suggerimento a gironzolare nei nostri paesi e campagne con uno sguardo curioso e l’orecchio volto ad ascoltare tutte le storie che un luogo può raccontare. Per gli appassionati di itinerari letterati, è una valida ispirazione.

Prima di terminare, un breve appunto: non è un caso se capita che Davide Bregola e Jacopo Masini presentino i loro libri assieme, i due scrittori hanno stili diversi ma passioni comuni, oltre ad essere amici e fondatori della newsletter Mollette. Raccontano storie buffe e tristi, vere e inventate, lo fanno sempre con grande passione.


Immagine di copertina: ©Eredi di Luigi Ghirri.

In articoli precedenti ho parlato del libro di Jacopo Masini qui e di quello di Davide Bregola (e altri) qui, e se sono rimasta incantata da Gianni Celati, è merito loro.

A parlare di fiumi, di luoghi e di persone, mi sono tornati in mente alcuni libri che mi sono piaciuti molto e che suggerisco: Morimondo di Paolo Rumiz, siamo ancora sul Po, Danubio di Claudio Magris, per chi ha voglia di ‘viaggiare’ in Sud America, I fiumi scendevano a Oriente di Leonard Clark mentre chi vuole andare a Oriente, Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Buoni viaggi e buone letture!

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