Negli ultimi mesi mi è capitato di leggere dei romanzi di scrittori italiani in cui, passatemi l’ossimoro, è presente l’assenza della madre. I libri in questione sono Il nome della madre di Roberto Camurri, Le isole di Norman di Veronica Galletta, Nessuna ragione al mondo di Alessio Cuffaro e Qui non crescono i fiori di Luca Giordano. Quattro voci distinte [1], quattro vicende che si srotolano in un’Italia di campagna, di città e di isola, una curiosa eterogeneità scenografica che mi interroga sulle stesse questioni: il dis-equilibrio, l’attrazione di forze opposte e, soprattutto, la loro contaminazione reciproca [la migliore resa è il simbolo dello yin-yang] e la duplice funzione della Dea, amorevole e terrifica, della tradizione indù. Ma procedo per tappe, o meglio, seguo la cronologia dei pensieri.

Nei libri nominati la figura della madre è un’identità in absentia, un’eco o una sfumatura, una somma di parole pronunciate a bassa voce o taciute, un alito di vento o un nome che non può essere pronunciato, difformità di assenza a testimoniare la stessa essenza. Delineiamo un perimetro di gioco per contenere le riflessioni: nei primi due romanzi la madre non c’è per scelta, perché se ne va, abbandona la famiglia e, ancora più sconcertante, lascia il figlio o la figlia. Già qui è evidente l’impatto emotivo che affronta il lettore che si trova di fronte al crollo dell’ideale madre/grembo/focolare domestico, che cessa d’esistere a favore di un bisogno di affermazione di sé e della propria individualità. L’azione estrema testimonia il principio delfico «conosci te stesso» ma destruttura un archetipo.

Non è una novità letteraria in termini assoluti, il primo scrittore che ricordo tratti la questione (se a voi ne vengono in mente altri, scrivetelo nei commenti [2]) è Michael Cunningham nel suo Le ore, omaggio a Virginia Wolf e capolavoro di scrittura e di narrazione; nell’intreccio delle storie delle tre donne protagoniste [3] c’è Laura Brown, tratteggiata come prototipo della casalinga americana degli anni ’50, che abbandona il marito e i figli perché ritiene sia l’unico modo per sopravvivere. Laura Brown rompe uno schema, sottolineato dal fatto che non ha un’indipendenza economica o una posizione definita, se tolta dal contesto famigliare, eppure la sua irrequietezza e il conseguente bisogno di seguire una strada, la propria, diviene maggiore dell’amore per i figli. Questa è l’anomalia: non la separazione dal marito (persona scelta, sì, ma non “per sempre”) né la rinuncia alla famiglia (intesa come concetto di primo nucleo istituzionale) ma l’abbandono dei figli, carne della tua carne.

Ne Il nome della madre l’assenza arriva dopo poche pagine, la madre lascia (il marito e) un bimbo di pochi mesi e di lei non si saprà pressoché null’altro, fino alla fine; la donna scompare in modo inaspettato, provocando l’insorgere di domande che restano senza risposta. Ne Le isole di Norman invece, la donna lascia la famiglia dopo numerosi messaggi di insofferenza o inadeguatezza, che vengono intravisti e mappati, ma non decodificati così, un giorno, esce di casa e non torna più. In entrambi i romanzi i figli divengono protagonisti di una ricerca esteriore-interiore mirata a colmare quel vuoto e a tentare di darne un senso, fino a comprendere che quel significato mistificato, che sembra una colpa, non riguarda la loro vita. Come diceva il poeta Khalil Gibran, i tuoi figli non sono tuoi ma sono i figli e le figlie della vita stessa, consapevolezza da leggersi tanto per i figli quanto per i genitori.

L’assenza della madre, per quanto emotivamente leggibile come vuoto, come disorientamento, provoca nel figlio/figlia un incipit all’introspezione, alla necessità estrema ed estremizzata di determinare la propria essenza come persona. Questo movimento, la tendenza alla definizione di sé, è simile all’onda narrativa che ritroviamo nel romanzo Nessuna ragione al mondo, in cui la madre dell’amico più caro del protagonista semplicemente non c’è. Il motivo della sua assenza non è chiaro, e per certi versi apparentemente irrilevante, dato che il protagonista non è colui che cresce senza la presenza di entrambi i genitori, ma il protagonista non sarebbe ciò che è senza la presenza del suo amico, e il suo amico non sarebbe ciò che è (ciò che fa) senza l’assenza della madre.

Quel suono, quella nota assonante che mi porta da un libro all’altro, mi conduce, infine, all’esordio narrativo di Luca Giordano, un libro che toglie il fiato. Qui non crescono i fiori è la storia di due fratelli, un padre, un amico e un cane. Della madre ci sono solo tracce d’assenza, nella canottiera così sporca che forse sarebbe meglio bruciare, nel frigo vuoto, nell’odio e nel rancore che trapela dai muri, nel segreto racchiuso in un odore. In questo romanzo l’assenza della madre è determinata da un evento completamente diverso dai precedenti tre, ma ha poca importanza, il femminile non c’è e ha un peso preponderante in tutta la storia.

Ora, cos’altro lega questi romanzi? Sono voci di scrittori italiani che si propongono di leggere un qui e ora, che si è nettamente modificato dal secolo scorso, e di osservarne l’ambiente sociale; penne in grado di insinuarsi in alcune crepe, come quella della disgregazione della famiglia o della ricerca di un’identità determinata dal disequilibrio dei punti di riferimento. Ciascuna delle narrazioni è una storia particolare che si snoda attorno all’elemento universale quale è l’archetipo della madre.

Il potere dell’archetipo è quello di stimolare la nostra memoria atavica e topografica, quindi per noi, qui, la madre è la matrice della vita e, proprio per questo, la sua assenza genera un vuoto, l’abisso entro cui guardare per ritrovare qualcosa di sé, anche quando la madre non è ciò che ci si aspetta sia; ciò che accade ai figli è, allo stesso modo, insito nella natura ‘classica’ della madre: proteggere i figli oltre ogni aspettativa. Ma la letteratura si occupa proprio di ciò che è diverso dal canonico, tenta di dare valore al suono del dubbio, della curiosità o di qualcosa d’altro che riesca a far risuonare sconosciute corde interiori. Dunque, la sinfonia di pensieri che si sono orchestrati nella mia mente si è concentrata nel punto in cui due forze opposte si toccano, il vuoto e il pieno, l’eterno equilibrio tra maschile e femminile, tra potenza e sostanza. Ma la composizione non era ancora compiuta, avvertivo ancora un punto cieco, perché restavo ferma nella visione di forze discordi per natura.

Sono quindi entrata nel vortice della ricerca dell’ultimo tassello del puzzle e ho provato a cambiare punto di vista. La prospettiva occidentale tende spesso a essere duale, a dividere bene e male, bianco e nero, dimenticandosi -come accennato all’inizio- di quel punto bianco nel nero e del punto nero nel bianco, in quella forma circolare del Tao che, se fatta ruotare, (di)mostra come i due colori si fondino assieme e diventino tutt’uno. Per me è stata questa la svolta, il riportare alla mente il concetto di unità. La madre e il culto della Dea nella tradizione indù… le filosofie orientali hanno questo grande vantaggio, nella loro visione metafisica non esiste la dualità, se la si vede è solo apparenza, illusione, poiché tutto ha origine dall’Assoluto e all’Assoluto deve tornare. Tutto ciò che è diviso, lo è solo in un ordine di manifestazione atto a permettere all’essere umano di comprendere.

La Dea è compassionevole e accogliente ma anche terrifica e tenebrosa. La Dea è la Devī, è una ma ha mille nomi, è Tripurāsundarī , la dea della grande conoscenza, ma anche Mahāmāyā, la dea della grande illusione, Kalārātrī , nera come la notte del tempo, Dhumavatī, ‘fumosa’ poiché incarna il principio di non esistenza, e numerose altre sfumature. Dove voglio arrivare? All’unità, al principio di tutte le possibilità e al senso del vivere. Se la madre come la dea dona la vita, questa nascita è in realtà l’entrata in māyā, illusione, ovvero nel ciclo delle nascite e rinascite, ma solo attraverso l’assenza della madre l’essere umano può davvero cercare se stesso, uscire dalla condizione di uomo “legato”[4] per entrare in quella di uomo libero.


LIBRI

Roberto Camurri, Il nome della madre, NN Edizioni, 2020

Veronica Galletta, Le isole di Norman, Italo svevo edizioni, 2020

Alessio Cuffaro, Nessuna ragione al mondo, Elliot edizioni, 2021

Luca Giordano, Qui non crescono i fiori, TerraRossa edizioni, 2021

Michael Cunningham, Le ore, traduzione di Ivan Cotroneo, Bompiani, 2001

Guido Zanderigo, Yoginī, Il Cerchio, 2012


NOTE

[1] lo metto in nota ma è stato curioso notare altre correlazioni: Camurri, nato a Parma nel 1982, mantiene lo sfondo di Fabbrico -con una sortita a Parma-, come nel precedente romanzo perché il suo narrare non ha bisogno di uscire da quell’ambientazione; Veronica Galletta, nata a Siracusa nel 1971, vive ora a Livorno, dunque sempre vicino al mare, e ambienta il suo primo romanzo (vincitore del Premio campiello Opera Prima) in Sicilia, precisamente nell’Isola di Ortigia e tutta ; Alessio Cuffaro è nato a Palermo nel 1975, ora vive a Torino e proprio questa città è il palcoscenico dell’aneddoto che sarà motivo d’indagine nel romanzo che si sposta da Roma a Palermo, fino ad arrivare ad Amsterdam; infine, Luca Giordano, nato a Torino nel 1985, racconta una storia che non esce -se non nel ricordo- dalla piccolissima isola senza nome le cui le rive, spesso, si affollano di corpi senza nome. C’è una sorta di circolarità in questa generazione di scrittori, no?

[2] potrei citare anche Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, ma poi ci allontaniamo troppo dal fulcro della questione.

[3] il romanzo osserva la vita di tre donne, Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan, in tre epoche diverse e in tre momenti diversi della loro vita, ma che hanno in comune un libro: La signora Dalloway. Anni Venti: incontriamo Virginia Woolf, confinata nella sonnacchiosa Richmond per tenere sotto controllo il suo disturbo mentale, sta per iniziare a scrivere il romanzo; anni Cinquanta: Laura Brown, tipica casalinga americana di quegli anni, ha appena cominciato a leggerlo; anni Novanta, New York: Clarissa Vaughan sta vivendo il romanzo e, come la protagonista di Virginia Woolf, sta organizzando una festa e, come lei la incontriamo per la prima volta quando esce di casa per comprare i fiori, e ancora, come lei è immersa nei ricordi di un tempo diverso, la sua giovinezza, e si interroga su ciò che ne è stato. Ma, al di là dell’azione di scrivere-leggere-vivere un romanzo, cosa accomuna le tre protagoniste? La loro forza d’animo e l’impossibilità di rinunciare a sé stesse in un momento cruciale della loro vita. Molto bello è anche il film uscito nel 2002 per la regia di Stephen Daldry.

[4] ho usato l’aggettivo legato con particolare riferimento al termine sanscrito paśu ; riporto dal libro Yoginī di Zanderigo (che consiglio se interessati al tema della devi: «paśu, da un punto di vista etimologico, indica un essere vivente vincolato da un legame – legame che in prospettiva vedantica si riferisce sia alla condizione umana sia a tutte le condizioni particolari e limitative (upādhi) dell’essere – e dunque Śiva Paśupati diviene il ‘Signore degli esseri legati’ i quali, attraverso la sua azione trasformatrice, possono essere liberati dall’esistenza individuale. Ma il termine paśu suggerisce un ulteriore, importante spunto giacché va anche a designare la vittima del sacrificio. Il rituale, in termini trasposti, viene allora a indicare la possibilità di sciogliere i legami individuali ponendo la vittima (o lo yogin) in relazione con gli stati superiori dell’essere.»

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