Cercherò di dire qualcosa sul terzo libro di Roberto Camurri, uscito il 17 marzo scorso per NNEditore. Qualcosa che è più vicino a un’ipotesi, un’intuizione, che a una vera e propria recensione. Qualcosa che ha a che fare con la nebbia, la scrittura e tutto ciò che è in divenire e quindi, per sua stessa natura, non ha ancora assunto una forma precisa, delineata.

Qualcosa nella nebbia chiude la trilogia di Fabbrico e apre la via alla nuova produzione narrativa di Roberto Camurri. Questo il primo pensiero sorto quando ho chiuso il libro, questo è ciò che continuo a pensare.

Vediamo quali condizioni mi hanno portato fino a qui. Passo indietro: siamo nel 2018, esce il libro d’esordio di Camurri, A misura d’uomo; come lui stesso racconta in una diretta Facebook, ospite di Antonello Saiz per Scrittori a domicilio, e con la partecipazione di Jacopo Masini, il primo libro è stato l’esito di uno stato di euforia, provocato dall’uso di quella sostanza stupefaciente che è la scrittura, una sorta di esplosione: il desiderio a lungo procrastinato di scrivere ha permesso alle parole di uscire come in un pezzo rock e danzare tra le storie di un gruppo di amici. Il romanzo, simile a una raccolta di racconti, è tenuto assieme dal luogo in cui le vicende sono ambientate: Fabbrico, città natale dell’autore, che ha una tale forza da trasformarsi in personaggio protagonista, lasciando i panni di luogo-contesto-ambiente. È qui che inizia il mito: Fabbrico è il Far West parmigiano, e molti lettori vogliono andare a vederlo; Fabbrico non esiste, e molti lettori vogliono andare a cercarlo. Il libro è un esordio importante, vincitore di alcuni premi letterari, il numero di ristampe dà soddisfazione allo scrittore e alla casa editrice.

Il secondo romanzo ha un’epifania diversa: la foga dello scrittore esordiente è stata placata, rimane il desiderio di scrivere bene e di scrivere ancora, ma cosa scrivere? La trama c’è e il luogo non può essere che Fabbrico, perché la sua voce è diventata un richiamo ammaliante e assertivo, la voce del mito. Il mito, infatti, è quella narrazione che permette la continua traslitterazione delle vicende umane in tono epico, il mito è qualcosa di reale contestualizzato in una dimensione surreale: Fabbrico ha in sé queste due caratteristiche e Camurri si muove con maestria in questo ambiente. Il nome della madre (2020) diventa il romanzo in cui qualcosa di inusuale accade e l’intera narrazione si dirama attorno a un’assenza, una madre che se ne va, sparisce, non lascia tracce. Durante la presentazione della rassegna Lib(r)eriamoci a Treviso, Camurri racconta del libro, dei personaggi e del suo Fabbrico. Inizia così, con un aggettivo possessivo, la trasformazione dello scrittore? Forse -non gliel’ho ancora chiesto- quando uno scrittore si appropria di un luogo, tale luogo mantiene la forma ma muta nella sostanza, perché solo così potrà essere il palcoscenico delle sue storie.

LIB(R)ERIAMOCI | Incontri con gente che scrive

Passa il tempo e il desiderio di scrivere bussa nuovamente alla porta di Camurri, i polpastrelli fremono e nella mente dello scrittore appaiono nuovi scintillii. Sono sicura che quando Camurri non scrive, legge, e sono sicura che tra le sue letture ci sono libri di Stephen King, ma di questo parlerò dopo, lo anticipo qui solo per chiudere la questione della trilogia. Il terzo libro di Roberto Camurri non può che essere nuovamente ambientato a Fabbrico, perché ormai lui stesso è un’esaltazione di Fabbrico, perché là si muove bene, perché le storie che racconta stanno a pennello in un luogo così. Ma non sta diventando stretto? L’elastico che ha lanciato A misura d’uomo ora si è contratto, e Camurri con lui. È di nuovo il mito a soccorrerlo, a dargli ispirazione: se Fabbrico non esiste, se la città di Fabbrico che descrive l’autore è solo sua e non di chi ci vive, beh, allora Fabbrico sarà esattamente come lui vuole. È per questo che una nebbia sottile avvolge il paese e lo scrittore, ed è in questa visione che Camurri ha iniziato la sua metanoia [attraverso una metonimia].

Nel libro Qualcosa nella nebbia ci sono parole ricorrenti, come odio e paura, ci sono personaggi persi nella ricerca della propria identità, c’è il dolore per qualcosa che è ancora insopportabile nonostante la vita sembra sia tornata alla normalità. E poi c’è il bisogno di andare fino in fondo, il desiderio di essere amati e la ricerca delle proprie radici. Tutto ciò tenuto assieme dalla bella scrittura di Roberto Camurri e da una costante, umida, disorientante nebbia, anche quando il cielo è sereno; è la nebbia della pianura, quella che s’infila sotto il cappotto e s’insinua nelle ossa e nella mente; quella che istiga il dubbio “seminavo e raccoglievo dubbi su ogni cosa, soprattutto su di me”; quella che mostra irreale ciò che è e reale ciò che è la produzione della mente “e, con l’ultimo passo, quella nebbia inghiotte anche me”.

Jan Vermeer – 1660-1661 circa – olio su tela- www.mauritshuis.nl

Sottotraccia sono visibili i segni di un cambiamento in itinere, quanto meno è ciò che io ho percepito -o forse l’ho cercato- ed è stato chiaro che il meccanismo di avvitamento dello scrittore ha subìto un’inversione di marcia, una specie di salto quantico: Camurri non può abbandonare Fabbrico ma deve svincolarsi dalle sue storie, deve e vuole dedicarsi a un diverso stile narrativo, e l’unico modo che ha è quello di trasformare Fabbrico perché, si sa, nel mito tutto può accadere. Perciò, sebbene ci siano alcune azioni conclusive che mi lasciano perplessa, trovo che la metanarrazione e certe visioni surreali siano il passaggio necessario per iniziare una nuova e autentica scrittura.

Ah, quasi dimenticavo, perché citavo Stephen King? Perché è buona cosa ispirarsi ai grandi per muove anche piccoli passi e perché questo libro mi ha ricordato le parole del genio letterario del Maine:

Le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse, in certi momenti, le hai trovate difficili da leggere. Ti assicuro che io stesso, in certi momenti, le ho trovate difficili da scrivere.

postilla a “notte buia, niente stelle”

Nota: il motivo per cui ho inserito l’immagine del quadro di Jan Veermer è spiegato nel libro.

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